LA ZONA ROSSA E IL FORMAGGIO STAGIONATO: VIAGGIO NEL LABORATORIO POLITICO VICENTINO

di Arrigo Abalti · Maggio 10, 2025

 

È bastata una parola – “zona rossa” – per far sobbalzare tutti sulla sedia. Joe Formaggio, consigliere regionale di Fratelli d’Italia, ha scoperchiato il vaso di Pandora della sicurezza urbana nel salotto buono del Veneto. Non un provocatore qualsiasi, ma un politico che sa come si fa a tenere il punto quando si tratta di sicurezza.

Cos’è questa storia della zona rossa? Roba da stadio o da movida urbana? Un po’ entrambe. Aree della città sottoposte a controlli speciali, dove si possono mandare via i “disturbatori” con un semplice “daspo urbano”. A Bologna e Padova già sperimentata, spesso contestata, ma tant’è. La politica della sicurezza è sempre un affare che paga, elettoralmente parlando. E basta leggere i quotidiani padovani per farsi un’idea.

Formaggio lo sa bene. Sa che toccare questi tasti equivale a mettere il dito nella piaga di un centrosinistra in perenne conflitto tra anime diverse. Da una parte i riformisti alla Possamai, dall’altra i “duri e puri” della sinistra antagonista per cui ogni telecamera è un Grande Fratello orwelliano. Nel mezzo, i cittadini ed i commercianti.

La mossa del consigliere di Albettone ha avuto l’effetto di un sasso nello stagno. Ha rotto quell’equilibrio precario, quell’imbarazzo diffuso di un centrodestra che sui temi della sicurezza si è sempre mosso in ordine sparso. Non sono mai riusciti a coordinare una regia efficace nè a guidare un pensiero strategico che metta davvero in difficoltà il centrosinistra. Un po’ di improvvisazione e le divisioni interne poi hanno fatto il resto. Anche se, ad esempio, Nicolò Naclerio (FdI) è sempre molto attivo: sue le proposte di taser, bodycam, potenziamento della Polizia Municipale. Parole d’ordine per intercettare quel “popolo del degrado” – commercianti, residenti delle zone calde, pensionati spaventati – che attende risposte concrete.

Dall’altra parte della barricata, la maggioranza di centrosinistra sembra paralizzata, come un pugile suonato all’angolo del ring. Due anni di governo cittadino e zero misure concrete sul degrado. Perché? Il motivo è tutto interno: la componente antagonista, quella che vede olio di ricino e rischi per la democrazia in ogni angolo della città,  considera qualsiasi intervento sulla sicurezza come una deriva fascistoide. Meglio non fare nulla, dunque, che rischiare di essere tacciati di “fascismo municipale”.

In mezzo a questa palude ideologica, la proposta di Formaggio arriva come un temporale in una giornata afosa. Non si fa irretire dai bizantinismi della politica locale, parla chiaro, senza fronzoli. Un linguaggio che molti elettori comprendono e apprezzano. E che ne fa rosicare altrettanti nella nomenklatura della politica.

E Possamai? Il sindaco sta giocando il ruolo del prudente. Come direbbe Nanni Moretti, si sta chiedendo se funziona di più se dal Prefetto ci va o non ci va. La verità è che il primo cittadino è intrappolato nel classico dilemma del politico moderno: seguire la pancia dell’elettorato, il buon senso dell’amministratore o la testa della propria maggioranza? O forse sta solo contando i voti in consiglio, consapevole che sulla zona rossa la sua coalizione potrebbe dividersi.

Il Prefetto, dal canto suo, osserva questa partita a scacchi con l’aplomb istituzionale di chi sa che, alla fine, dovrà prendere una decisione. Se non riuscirà a dimostrare che Vicenza non merita questa etichetta, la zona rossa potrebbe diventare realtà, magari in versione “light”, giusto per salvare capra e cavoli. Ma se la richiesta che arriva dalla politica è bipartisan, il Prefetto difficilmente riuscirà ad evitare di attuarla.

E mentre tutti discutono se sia giusto o sbagliato colorare di rosso alcune aree della città, il degrado continua indisturbato, beandosi di questo teatro dell’assurdo in salsa veneta, dove la regola è sempre la stessa: lamentarsi sempre, decidere mai.

 

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