La zona speciale

di Arrigo Abalti · Luglio 22, 2026

 

C’era una volta una zona così speciale che la vollero tutti. Era nata nel 2017 per il Sud, come i fondi europei e le promesse elettorali, e si chiamava Zes: Zona economica speciale, un posto dove la burocrazia cammina più veloce e le tasse più piano. Funzionava, pare: ottocento autorizzazioni, ventotto miliardi di investimenti, trentacinquemila posti di lavoro. E siccome in Italia niente attira più di una fila riservata, davanti allo sportello si è formata la coda.

Prima si sono aggiunte Marche e Umbria, guarda caso alla vigilia delle regionali, perché da noi anche la geografia economica segue il calendario elettorale. Poi si è affacciato il Nord: il Veneto, che si è scoperto «territorio di cerniera» schiacciato tra Trento e il Friuli come un pendolare tra due valigie. Quindi la Lombardia di Fontana, che la chiede da anni. L’Emilia-Romagna, il Piemonte. Perfino Confindustria, che ora invoca una Zes unica per tutta l’Italia.

Al ministro Urso che frena («La Zes alla Lombardia va bene, ma niente soldi») bisogna riconoscere una certa coerenza: è la prima volta che lo Stato concede una corsia preferenziale senza asfaltarla.

Ma il punto è un altro, ed è quasi filosofico. Se la zona speciale diventa l’Italia intera, che cosa resta di speciale? È la storia dei posti riservati sull’autobus: quando sono riservati a tutti, si torna a viaggiare in piedi. La verità che nessuno vuole pronunciare è più semplice e più scomoda: se per far funzionare un pezzo di Paese bisogna sospendere le regole ordinarie, il problema non è il pezzo di Paese. Sono le regole.

Sogniamo tutti la Zes, quando basterebbe uno Stato in cui un’autorizzazione non sia un percorso a ostacoli e una tassa non sia una punizione. Quel giorno l’Italia intera sarebbe una zona economica. Non speciale: normale. Che poi, da noi, è la cosa più speciale di tutte.

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