di Redazione · Febbraio 9, 2026
Il Veneto è in regola. Ma solo con il passato
É un modo tutto italiano – e molto veneto – quello di raccontare le cose che non vanno: dire che vanno meglio di prima. È vero anche stavolta. I dati di ARPAV parlano di livelli di inquinanti stabili o in leggero miglioramento. Il problema è l’unità di misura. Meglio di ieri non significa abbastanza per domani. E, soprattutto, non significa sano.
Il Veneto oggi rispetta i limiti di legge attuali. Ma se si guarda alla nuova direttiva europea che entrerà in vigore nel 2030, il quadro cambia colore. Peggiora. Diventa rosso. Fuori norma su PM10, PM2.5 e biossido di azoto. Fuori norma, soprattutto, rispetto ai livelli indicati dall’OMS, che non fanno politica ma medicina. Non chiedono sforzi eroici: chiedono aria che non faccia ammalare.
Poi c’è il dettaglio che dettaglio non è: il benzo(a)pirene. Nome difficile, effetto chiarissimo. È figlio della combustione della legna, compagno fedele di stufe e caminetti, classificato come probabile cancerogeno. Qui il Veneto rischia una singolare medaglia: essere l’unica regione italiana esposta a una possibile procedura d’infrazione europea se non interviene in fretta. Altro che eccellenza.
Guardando la mappa, la storia è sempre la stessa. La pianura veneta – da Verona a Padova, da Vicenza a Treviso – resta il ventre molle dell’inquinamento. Le città non crollano, ma non decollano. Vicenza, in particolare, vive una contraddizione permanente: qualità urbana alta, aria bassa. Le centraline raccontano di superamenti frequenti nei mesi invernali, soprattutto per polveri sottili e composti legati al riscaldamento domestico. Qui il traffico conta, ma non basta più indicarlo come unico colpevole. Le auto diminuiscono, le stufe aumentano. E nessuno ha il coraggio di dirlo fino in fondo.
Padova e Verona mostrano dinamiche simili: passi avanti sulla mobilità, stagnazione sull’aria. Treviso e la cintura urbana pagano invece un mix micidiale: traffico, dispersione edilizia, riscaldamenti domestici poco efficienti. Le città di pianura restano intrappolate in un modello che migliora lentamente mentre l’Europa accelera.
Legambiente, che su questi temi fa il mestiere ingrato del promemoria, chiede un nuovo Piano Aria che guardi al 2040 e punti ai limiti OMS. Non è ambientalismo radicale, è realismo sanitario. Perché l’aria non è un tema ideologico: è un fattore di rischio.
La partita vera, però, non si gioca solo sulle strade. Si gioca nei salotti. Nel riscaldamento domestico, nelle biomasse legnose usate come se fossero neutre, nell’illusione che basti cambiare l’auto per cambiare l’aria. Si gioca anche nelle campagne, dove il settore agro-zootecnico continua a essere trattato come un tema sensibile, dunque rinviabile, nonostante il peso enorme sulle emissioni. Gli abbruciamenti fuori controllo non sono folclore rurale: sono chimica nell’aria.
Il Veneto, in sintesi, non è fermo. Ma è lento. E il tempo non è una variabile neutra quando si parla di salute. Il rischio non è solo una sanzione europea. È continuare a raccontarsi che va tutto meglio, mentre respiriamo aria che non è ancora abbastanza buona per vivere bene. E questa, più che una colpa, è una scelta.




