di Redazione · Febbraio 14, 2026
C’eravamo quasi rassegnati. L’impianto Silva? Una formalità. Un destino già scritto. Una concessione da firmare con l’aria mesta di chi dice: “Non possiamo farci nulla, decide la conferenza dei servizi”. La Provincia sembrava aver assunto il tono burocratico dell’inevitabile: carte che scorrono, pareri che si accumulano, e l’industria che avanza come se fosse un fenomeno naturale, tipo la pioggia in novembre.
Poi, miracolo. L’Autorità di bacino delle Alpi orientali chiede di sospendere il procedimento. L’Ulss 7 conferma lo stop. Spuntano dubbi su falde, fragilità idrogeologiche, compatibilità territoriale. E all’improvviso anche il presidente della Provincia, Andrea Nardin, scopre che forse – forse! – non tutto è così scontato. Che forse una pausa è opportuna. Che forse qualche verifica in più non guasta.
Un dietrofront elegante, quasi coreografico. Di quelli che si fanno senza arrossire. Roba da mettere in imbarazzo Roberto Bolle. Fino a poche settimane fa la concessione pareva inscritta nel libro delle cose fatte: si poteva discutere, certo, ma come si discute del traffico in tangenziale. Fastidioso, ma inevitabile. Ora invece ecco la prudenza istituzionale, il soprassalto ambientalista, la cautela amministrativa.
Non è la prima volta che il presidente mostra una certa duttilità. Eufemismo. Eletto con i voti del centrosinistra, al primo tornante utile ha salutato la compagnia e si è riscoperto fervente sostenitore dell’ortodossia meloniana, con la stessa naturalezza con cui si cambia giacca quando si alza il vento. Un talento raro: l’ideologia liquida, pronta all’uso.
Nel caso Silva il copione si ripete. Prima l’aria rassegnata, quasi complice, verso il “big industriale” che deve investire, produrre, creare occupazione. Poi, appena il clima muta e le carte tecniche iniziano a pesare, ecco il sopracciglio inarcato, il richiamo alla prudenza, la sospensione come atto di responsabilità.
Sia chiaro: sospendere e verificare è cosa seria. È esattamente ciò che le comunità chiedono quando si parla di impianti in aree delicate. Ma il punto non è la scelta in sé: è la conversione improvvisa. Il passaggio dalla rassegnazione all’illuminazione. Dall’“è così che va il mondo” al “valutiamo con attenzione”.
La politica locale, in fondo, è spesso un esercizio di equilibrio. Tra industria e territorio, tra investimenti e consenso. Il problema è quando l’equilibrio assomiglia a una piroetta permanente. Quando la linea cambia non per nuove evidenze, ma per nuovo vento.
Ora l’autorizzazione è “in bilico”. Bene. Che lo sia davvero. Che si valutino i rischi idrogeologici, le ricadute ambientali, la compatibilità con il territorio. Ma sarebbe interessante capire quando il presidente ha cambiato idea: alla luce di nuovi dati o alla luce di nuovi sondaggi?
Perché il sospetto, malizioso ma non troppo, è che l’unica vera costante non sia l’interesse pubblico, bensì l’istinto di sopravvivenza politica. E su quello, bisogna riconoscerlo, il presidente è sempre stato coerente.




