di Arrigo Abalti · Giugno 27, 2025
Terzo mandato kaputt. Ora tocca alla Lega di Stefani
C’è qualcosa di malinconicamente definitivo nel leggere – sulla stampa nazionale – che “la vecchia Lega è finita”. Non è solo la cronaca di un partito che cambia pelle, è la certificazione di morte di un’idea di politica che ha attraversato decenni della nostra storia repubblicana.
La vicenda del terzo mandato non è solo una questione di regole statutarie. È la definitiva consacrazione del potere assoluto di Salvini, che ha piegato ogni resistenza interna alla sua volontà. Un processo che ha archiviato – definitivamente o no lo vedremo – la generazione di Zaia e dei suoi, sostituendola con una nuova classe dirigente.
Ma forse c’è dell’altro. La nuova pelle della Lega sembra incarnarsi in figure come Alberto Stefani, vittorioso al congresso regionale con un linguaggio che parla di “valorizzazione delle esperienze degli amministratori” e “riconoscimento dell’importanza dei territori”. Parole che, nella loro sensibilità sturziana – forse involontaria, o forse no – verso l’ente locale e la spinta che arriva dai territori, delineano un’evoluzione curiosa.
È un’evoluzione che ricorda quella del Partito Popolare degli anni Venti del secolo scorso: un nuovo racconto del Carroccio che, sotto le vesti del rinnovamento, nasconde in realtà il più classico dei ricambi generazionali. Non più la Lega delle rivendicazioni identitarie, ma una forza politica che fa della gestione amministrativa e del radicamento territoriale la sua nuova carta d’identità.
E mentre la vecchia guardia viene messa in stand bye – pensiamo ai “nomi particolarmente ghiotti” finiti nel dimenticatoio – assistiamo a un processo di omogeneizzazione che cancella le differenze, appiattisce i dibattiti, sterilizza ogni forma di dissenso interno. È la vittoria del pragmatismo più cinico sulla politica come confronto di idee.
Non è un fenomeno che riguarda solo la Lega. È il sintomo di una democrazia che si è svuotata dall’interno, dove i partiti sono diventati comitati elettorali guidate da logiche di mercato. Dove la fedeltà al leader conta più della fedeltà ai principi, dove il consenso si costruisce attraverso la comunicazione più che attraverso la proposta politica.
Il “terzo mandato” che archivia definitivamente la vecchia Lega non è solo la fine di un ciclo politico. È la certificazione che la politica italiana ha scelto la strada dell’efficientismo autoritario, del decisionismo verticale, del marketing elettorale permanente.
Ora la sfida è sulle Regionali d’autunno. Che Stefani sia o non sia il candidato presidente, prepariamoci a uno schema diverso rispetto alla ricetta che abbiamo conosciuto negli ultimi quindici anni. Una Lega che potrebbe riscoprire – paradossalmente – proprio attraverso la centralizzazione salviniana, una vocazione amministrativa che sembrava perduta.
La domanda che resta è se questa trasformazione rappresenti davvero un’evoluzione o se sia solo un nuovo travestimento della stessa logica di potere. Se dietro le parole sulla valorizzazione dei territori si nasconda una genuina riscoperta del rapporto tra politica e amministrazione, oppure se si tratti dell’ennesimo adattamento tattico di un partito che ha fatto della metamorfosi la sua principale caratteristica.
Perché alla fine, quando la politica diventa rendita di posizione e narrazione, è solo dal basso che può rinascere la speranza di un futuro diverso.



