di Arrigo Abalti · Giugno 15, 2025
Il mondo in fiamme, il balletto sul terzo mandato
C’è qualcosa di profondamente rivelatorio nella distanza che separa la realtà planetaria dal teatrino della politica nazionale. È la fotografia di una classe dirigente che abdica al suo ruolo storico, che rinuncia alla funzione per cui è stata eletta, preferendo la recita dell’ordinaria amministrazione alla fatica del governo in tempi straordinari.
La scena di questa settimana è emblematica: marines americani dispiegati in California per deportazioni di massa, escalation tra Israele e Iran che minaccia di trascinare il mondo in guerra, confini considerati sacri che vengono attraversati come se fossero linee tracciate sulla sabbia. Prima ancora, la guerra dei dazi e il paradosso di un’America che strizza l’occhio alla Russia contro l’Europa, scuotendo dalle fondamenta quelle alleanze atlantiche che per ottant’anni hanno garantito l’equilibrio occidentale.
Siamo spettatori di una barbarie planetaria senza precedenti. L’ONU si è volatilizzato, il diritto internazionale è carta straccia, chi ha i muscoli fa il bello e il cattivo tempo. Il bullismo è la cifra della grammatica politica di questo tempo. La Germania riarma, il Giappone abbandona il pacifismo costituzionale, la Cina punta Taiwan, Gaza resta ostaggio della spirale di vendetta innescata dalle stragi di Hamas.
E non è la prima volta che il mondo conosce momenti di grande pericolo. Ricordiamo la crisi missilistica di Cuba del ’62, quando l’olocausto nucleare sembrava imminente. Ma perfino durante la Guerra Fredda persisteva un tessuto di civiltà, sostenuto dalla mobilitazione delle coscienze e dalla presenza di leader capaci di visione. Esistevano solidarietà che attraversavano i blocchi, ideali che germogliavano come seme di futuro.
Il dubbio è legittimo: di fronte a questo scenario, quale dovrebbe essere la risposta di una classe dirigente all’altezza del momento storico?
La risposta italiana la conosciamo tutti. Gli hashtag della settimana: il flop referendario e la caccia ai colpevoli, le auto-assoluzioni di Landini, i tormenti dei riformisti del Pd, gli sfottò della Meloni, i progetti per rendere più rare le consultazioni future. Poi la proposta governativa di riduzione fiscale per i ceti medi, osteggiata da Salvini che preferisce l’abolizione delle cartelle esattoriali. L’ex sindacalista Sbarra fatto sottosegretario con annesse polemiche, il terzo mandato dei governatori diventato improvvisamente costituzionale, il fine vita in Senato, l’immancabile tormentone sulla riforma elettorale per il 2027.
La ripetitività ossessiva, l’assenza di una qualsiasi evoluzione narrativa, l’incapacità di passare dalla cronaca spicciola alla visione strategica fa propendere per una diagnosi impietosa: siamo di fronte alla nuda e cruda inadeguatezza di chi è stato chiamato a un ruolo più grande delle proprie capacità.
Certo, va dato atto alla Premier di aver convocato il governo per l’emergenza mediorientale, a Tajani di aver tentato mediazioni telefoniche, alle Commissioni esteri di essersi riunite nel weekend. L’opposizione vede bene di scendere in piazza per Gaza ma non va oltre. Gesti necessari, ma che rivelano l’abisso tra la gravità del momento e la modestia della risposta.
Siamo al paradosso della politica contemporanea: non governare i processi ma “commentarli”. Non anticipare gli eventi ma “reagire”. Non è forse questo il sintomo di una classe dirigente che ha smarrito i fondamentali del potere e li sostituisce con la retorica del vittimismo?
La verità, nuda e cruda come solo le verità sanno essere, è che la nostra élite politica ha interiorizzato il codice dell’intrattenimento, ma ignora quello della storia. Di fronte ai colossi che ridisegnano gli equilibri mondiali, la risposta è un comunicato stampa, l’equivalente istituzionale di un post accorato su Facebook.
Ma dov’è la capacità di visione? Dove sono le iniziative sovranazionali, le alleanze costruite, le strategie imposte prima che i fatti diventino compiuti? Il vuoto. Un vuoto che pesa su un Paese costretto a subire la storia con la stessa rassegnazione con cui questa classe dirigente cerca argomenti per giustificare la propria irrilevanza.
Il punto non è marginale: rivela la metrica di una politica che confonde la testimonianza con l’azione, la denuncia con la governance. Con l’eccezione luminosa del Presidente della Repubblica – nei cui discorsi si sente il galoppo dei cavalieri dell’Apocalisse – il resto vola radente al suolo, sperando di cavarsela senza essere messo alla prova del fuoco. Ma Mattarella è altro, è figlio di una generazione che purtroppo ha lasciato tanti successori ma nessun erede.
È la sindrome di un potere che non sa essere potere: preferisce la purezza dell’indignazione alla contaminazione della decisione. Ma così facendo rinuncia alla sua stessa ragion d’essere, confessando una subalternità che è la vera emergenza democratica di questi tempi.
Avviso ai naviganti: governare un Paese in transizione storica non è un’esperienza emotiva, è l’arte di piegare la realtà agli interessi nazionali. Anche quando significa alzare la voce nelle stanze che contano, non sui giornali. Anche quando significa sporcarsi le mani con compromessi imperfetti ma necessari.
La prossima volta, invece di correre dal sondaggista di turno, la politica provi a bussare con più decisione alle porte della storia. Con un piano già pronto e la determinazione di chi sa che il governo, quello vero, si misura sui risultati, non sui tweet.



