L’ONDA LUNGA DELLA CONSULTA: IL VENETO A UN BIVIO DOPO LO STOP A DE LUCA

di Arrigo Abalti · Aprile 10, 2025

Cade il mito dei “dogi a vita”: tra Stefani e FdI, la battaglia per il dopo-Zaia che ridisegna il Nordest

 

È una sentenza che riscrive la geografia politica del Paese. Quella pronunciata ieri dalla Corte Costituzionale sul ricorso presentato da Vincenzo De Luca contro il limite del terzo mandato per i presidenti di Regione è destinata a produrre effetti tellurici non solo in Campania ma in tutti i territori dove i “governatori-sceriffi” si erano illusi di poter perpetuare il proprio potere all’infinito. E il Veneto, la terra di Luca Zaia, è il primo banco di prova di questa nuova fase, un laboratorio politico dove si giocherà una partita che va ben oltre i confini regionali.

Mettiamola così: la decisione della Consulta è come una slavina che dal massiccio delle Dolomiti scende velocemente verso la pianura veneta, travolgendo ambizioni personali, equilibri consolidati e rendite di posizione. A Palazzo Balbi, sede della giunta regionale, l’aria è cambiata. La sentenza ha certificato quello che ai più attenti osservatori era già chiaro: il tempo dei “dogi a vita” è definitivamente tramontato.
Zaia, il “doge” per eccellenza, l’uomo che ha plasmato il Veneto degli ultimi quindici anni sulla sua immagine, costruendo un consenso trasversale che va ben oltre la Lega, ora si trova davanti a un bivio. La sua parabola politica in Regione è destinata a concludersi, e questo rimescola le carte in una terra dove il potere era diventato personale, quasi dinastico.
La decisione della Consulta arriva in un momento delicatissimo per il Carroccio veneto. La Lega di Salvini non è più quella di un tempo e i numeri parlano chiaro: il partito è in calo di consensi. L’autonomia differenziata, bandiera identitaria del Veneto leghista, procede a rilento tra mille ostacoli. E ora, con l’uscita di scena forzata di Zaia, si apre una voragine politica che rischia di essere colmata da Fratelli d’Italia, già in forte ascesa nella nostra regione.
Non è un caso che nei corridoi romani del potere si vocifera di un possibile futuro ministeriale per Zaia. Una poltrona di prestigio come contropartita per l’addio forzato alla Regione, si pensa al Turismo che potrebbe essere rimesso in gioco sulle difficoltà della Santanchè, ma altri pensano anche alle Infrastrutture con Salvini all’Interno. Ma sarebbe un ripiego, perché il “doge” ha costruito il suo successo sul rapporto diretto con il territorio, sulla gestione quotidiana delle emergenze, sulla capacità di interpretare l’anima profonda di un Veneto operoso e pragmatico.
Le conseguenze di questa sentenza non sono solo politiche, ma anche amministrative. Il modello veneto, basato su una leadership forte e accentratrice, dovrà necessariamente evolvere. E non è detto che sia un male. Il rischio dell’immobilismo, della cristallizzazione del potere, era dietro l’angolo. La democrazia ha bisogno di ricambio, di nuove energie, di visioni diverse che si confrontano.
Chi raccoglierà l’eredità di Zaia? La partita sembra meno aperta di quanto si pensi. E qui entra in scena Alberto Stefani, il giovane segretario regionale della Lega su cui il Carroccio sembra aver puntato tutte le fiches. Il congresso leghista delle scorse settimane, celebrato in due puntate prima a Padova e poi a Firenze, ha dato segnali inequivocabili: mozione Stefani approvata all’unanimità, abbracci rituali, pacche sulle spalle e quella liturgia politica che, chi conosce i meccanismi del potere, sa leggere perfettamente.
Stefani non è Zaia, questo è chiaro. Scuola leghista diversa (Zaia è figlio del leghismo trevisano, mentre Stefani proviene dalla scuola padovana di Massimo Bitonci), stile diverso, background diverso. E, elemento non secondario, è considerato il pupillo veneto di Salvini. La sua forza sta nella capacità di federare le diverse anime che in Veneto esistono eccome, nonostante l’apparente monolitismo leghista. Nel non essere padovacentrico ma di guardare al quadro regionale, mentre Zaia veniva spesso criticato, sottovoce, dai suoi per non aver mai nascosto l’occhio di riguardo per la sua provincia. Il lavoro certosino di aggregazione dei territori e degli amministratori locali ha reso il segretario regionale una figura di sintesi in un momento in cui la Lega ha bisogno di compattezza.
Ma l’investitura leghista non è garanzia di vittoria. Fratelli d’Italia, forte dei venti favorevoli nazionali, spinge per un proprio candidato. Due i nomi che circolano con insistenza: Luca De Carlo, senatore e coordinatore regionale del partito, espressione delle aree montane bellunesi, e Raffaele Speranzon, vicecapogruppo al Senato, veneziano dal profilo più urbano e moderato. Una diarchia che rispecchia le diverse anime di FdI in Veneto, ma che sono accomunate dal rapporto diretto e molto forte con Giorgia Meloni.

E il centrosinistra? Finora schiacciato dall’egemonia leghista, potrebbe trovare nuovi spazi in una competizione finalmente aperta. Ma servirebbe un progetto credibile per il Veneto del futuro, non una semplice opposizione al modello precedente.
La sentenza della Consulta, che ha respinto le velleità di De Luca, dice qualcosa di più profondo sulla nostra democrazia: il potere non può diventare proprietà personale, nemmeno quando è legittimato da ampi consensi. È un principio che vale per la Campania come per il Veneto, per il Sud come per il Nord.
I veneti sono pragmatici, guardano ai risultati. Ma sono anche gelosi delle loro istituzioni. Il dopo-Zaia sarà un test sulla maturità della nostra regione: saprà il Veneto immaginare un futuro che vada oltre il carisma del “doge” per costruire una governance più partecipata e meno personalistica?
La slavina della Consulta ha travolto certezze che sembravano granitiche. Ora, tra le macerie di ambizioni personali infrante, si dovrà ricostruire una nuova architettura del potere regionale. La sfida che si profila tra Stefani e i candidati di FdI non è solo una questione di nomi o di persone, ma di visioni diverse del futuro del Veneto. Il leghista, più territoriale e pragmatico, contro gli esponenti di un partito che esprime la Presidente del Consiglio e che potrebbe garantire un canale privilegiato con Roma.

Ma attenzione: la storia recente ci insegna che i veneti non amano le imposizioni dall’alto, tantomeno quelle romane. Nell’urna, il cittadino veneto ha sempre premiato chi ha saputo interpretare l’identità profonda di questa terra, il suo pragmatismo, la sua voglia di autonomia non ideologica ma concreta. Ecco perché la partita è aperta, nonostante la polarizzazione del centrodestra.
È la fine di un’epoca, quella dei “governatori a vita”, ma potrebbe essere l’inizio di una stagione politica più vivace e plurale. Anche per il Veneto, terra di pragmatismo e innovazione, è tempo di voltare pagina. E di capire se il dopo-Zaia sarà all’insegna della continuità o della rottura con un passato che, sentenza della Consulta alla mano, non potrà più tornare.

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