di Arrigo Abalti · Aprile 8, 2025
Tre milioni di presenze e un miliardo di euro di spesa. Non è la trama di un film hollywoodiano sul Veneto, ma la fotografia reale dell’impatto economico del turismo statunitense nella regione. Numeri che raccontano una storia di successo, ma che ora tremano all’ombra dei dazi imposti dall’amministrazione Trump, in quella che appare come una nuova guerra commerciale in cui l’Italia rischia di pagare un prezzo altissimo.
E se il classico “American dream” veneto fino ad oggi ha significato accogliere turisti dagli Stati Uniti in cerca della Dolce Vita tra calli veneziane e colline vicentine, ora questo sogno potrebbe trasformarsi in un incubo economico o – e qui sta la sfida – reinventarsi in una nuova opportunità.
La Fondazione Think Tank Nord Est, in un’analisi che ha il sapore di un monito politico più che di un freddo report statistico, svela come il 2024 sia stato l’anno del record assoluto, con oltre tre milioni di pernottamenti di visitatori a stelle e strisce, l’8,3% in più rispetto all’anno precedente e addirittura il 26,2% in più rispetto all’era pre-Covid. Un piccolo miracolo italiano in tempi di incertezza globale.
La mappa di questa invasione pacifica vede Venezia come epicentro indiscusso, con 2,3 milioni di presenze su un totale di 2,4 milioni nella provincia. A distanza siderale segue Verona (273.000), il Bellunese (145.000), mentre Padova e Vicenza si attestano entrambe sulle 110.000 presenze, con Treviso che chiude la classifica (77.000).
Proprio Vicenza, città del Palladio, rappresenta un caso emblematico di potenziale inespresso. Con un patrimonio UNESCO di inestimabile valore e un distretto orafo tra i più importanti al mondo, la città berica potrebbe quintuplicare la sua capacità attrattiva verso il mercato americano. Gli statunitensi che oggi visitano Villa Capra “La Rotonda” o il Teatro Olimpico sono ancora troppo pochi rispetto alle potenzialità. E pensare che proprio qui, nell’oro e nel design vicentino, si potrebbe creare quel ponte commerciale capace di resistere alla tempesta dei dazi.
La vera notizia, però, non sta nei numeri ma nei portafogli. Gli americani spendono, e spendono tanto. Quasi un miliardo di euro lasciato nelle casse venete nel 2023, con un aumento del 42% rispetto al 2019. Solo i tedeschi – storicamente i primi della classe nel turismo veneto – fanno meglio in termini assoluti.
Ed è qui che la questione dei dazi assume contorni paradossali. Perché, come suggerisce Antonio Ferrarelli, presidente della Fondazione, “l’imposizione dei dazi causa ingenti danni al Made in Italy”, ma al contempo potrebbe spingere i turisti americani a fare incetta di prodotti italiani durante i loro soggiorni, per evitare di pagarli a prezzi maggiorati una volta tornati a casa.
Ma attenzione: la medaglia ha un rovescio. L’aumento dell’inflazione e il possibile rallentamento dell’economia americana potrebbero far calare drasticamente i flussi turistici verso l’Italia. Un gioco di equilibri precario, in cui il Veneto rischia di ritrovarsi in bilico tra opportunità e crisi.
La vera partita si gioca sulla capacità di trasformare l’esperienza turistica in un’ambasciata del Made in Italy, in una sorta di showroom diffuso della qualità italiana. Non più solo gondole e Basilica di San Marco, ma un percorso immersivo nella manifattura d’eccellenza, nel saper fare italiano che nessun dazio potrà mai replicare oltreoceano.
Il turismo diventa così non solo un settore economico, ma un’arma di diplomazia commerciale, un cavallo di Troia per superare le barriere protezionistiche che rischiano di soffocare le esportazioni italiane. In questa visione, ogni turista americano che torna a casa diventa un potenziale ambasciatore dei prodotti italiani.
La sfida è imponente, ma il Veneto ha tutte le carte in regola per vincerla: tre milioni di presenze americane sono tre milioni di opportunità. Sta alla politica e agli operatori del settore capire se queste presenze diventeranno semplici numeri in un grafico o il punto di partenza per una nuova strategia di promozione internazionale. Perché in un mondo di dazi e barriere, l’esperienza autentica resta l’unica merce che nessun doganiere potrà mai tassare.



