L’ordine delle cose

di Arrigo Abalti · Novembre 2, 2025

Si delineano le differenze tra Manildo e Stefani: primo step, la sicurezza

 

In ogni campagna elettorale, il tema della sicurezza si ripresenta come una febbre che non scende mai. Torna ciclicamente, perché è insieme percezione e realtà: parla alla pancia ma anche alla testa dei cittadini, che vedono nella sicurezza non solo la difesa dai reati, ma il simbolo di una comunità che funziona o che si disgrega.

Nel confronto tra Giovanni Manildo e Alberto Stefani, si riflettono due culture politiche, due linguaggi e forse due epoche. Manildo propone “inclusione e più videosorveglianza”, e chiede un “piano veneto per la sicurezza”. Stefani risponde con “più tecnologia, vigilanza negli ospedali e progetti per gli stranieri”.

La differenza non è soltanto di linguaggio, ma di approccio. Manildo guarda alla sicurezza come a un’estensione del welfare: la colloca tra scuola, casa, lavoro e servizi sociali. È una visione che tende a razionalizzare la paura, a spiegarla come prodotto del disagio sociale. Una visione nobile, ma rischia di apparire distante, quasi burocratica, in un Veneto dove la domanda dei cittadini non è di comprendere le cause del degrado, ma di sentirsi protetti la sera quando rientrano a casa o quando accompagnano i figli a scuola.

In altre parole, Manildo parla al suo elettore, ma non va oltre. Parla a chi già condivide la sua visione, ma non intercetta chi in questi anni ha perso fiducia proprio perché la sinistra — nel suo apparato culturale e comunicativo — non ha ancora del tutto sdoganato il tema della sicurezza. E lo si nota ancor di più se si considera che, negli ultimi mesi, molti esponenti del Partito Democratico — da Walter Veltroni al sindaco di Vicenza Giacomo Possamai — hanno assunto posizioni molto più nette, con un approccio più vicino a quello di Stefani e, più in generale, del centrodestra. Sono le isole di Realpolitik di un partito che fatica però a trasformare quelle eccezioni in linea politica.

Stefani invece appare più pragmatico e contemporaneo. Parla di tecnologia, vigilanza, formazione, collaborazione tra enti. È la declinazione moderna della sicurezza che non si limita all’ordine pubblico ma lo integra con strumenti digitali e con l’efficienza organizzativa. Non promette miracoli, ma riconosce che la sicurezza oggi è anche gestione — e che senza regole, presidi e coordinamento non ci può essere vera inclusione.

Il rischio di Manildo è quello di restare prigioniero di un linguaggio che tranquillizza l’elettorato progressista ma non convince il cittadino comune. Stefani, al contrario, mostra la consapevolezza che il Veneto del dopo-Zaia si giudicherà anche da qui: dalla capacità di garantire ordine e fiducia, senza trasformare la fermezza in chiusura.

La sicurezza non è né di destra né di sinistra: è la precondizione per tutto il resto. Ma in questa campagna elettorale, almeno a leggere le parole dei due candidati, sembra che solo uno dei due abbia capito che oggi i veneti non chiedono un piano, ma una presenza.

Come scrive Grossman in Stalingrado:

«La forza non sta nelle armi, ma nell’ordine delle anime.»

Ed è proprio quell’ordine, fragile ma necessario, che la politica veneta è chiamata a ricostruire.

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