di Arrigo Abalti · Settembre 4, 2026
Sul fine vita l’unico partito con una posizione riconoscibile è quello che ha perso. Tutti gli altri hanno votato in ordine sparso, e da fuori non si capisce più chi sia chi
Alla fine, dell’aula di mercoledì a Palazzo Ferro Fini, resta un dato che nessuno ha voluto guardare: l’unica forza politica di cui si sappia con certezza cosa pensa è quella che ha perso.
Fratelli d’Italia è entrato con nove consiglieri e ne è uscito con nove no. Si può essere d’accordo o no — chi scrive non deve dirlo — ma quella posizione era leggibile prima del voto, durante il voto e il giorno dopo. Aveva un contenuto, un nome e una firma. Nel bene e nel male, era un’identità.
Dall’altra parte c’era tutto il resto, e il resto si è comportato come una nuvola. La Lega ha lasciato libertà di coscienza e si è divisa: il presidente Alberto Stefani a favore, il capogruppo Riccardo Barbisan contro, il suo vice pure, il commissario regionale astenuto. Forza Italia si è sciolta in due astensioni e un sì. L’Udc si è astenuta. Il Partito democratico, il Movimento cinque stelle e i verdi hanno votato una legge che porta la firma della maggioranza avversaria e gli emendamenti del presidente di quella maggioranza.
Chi ha vinto, dunque? Formalmente il fronte del sì. Politicamente, nessuno che sappia dire cosa rappresenta.
Questa non è una stranezza veneta. È la lingua che parliamo da vent’anni: siamo questo, ma anche un po’ quello. La formula l’aveva coniata Veltroni per descrivere un partito che voleva contenere tutto, ed è diventata il modo in cui si sta al mondo — nei partiti, nelle aziende, nei consigli comunali, nelle conversazioni. Si prendono posizioni che non escludono niente, si vota lasciando liberi tutti, e alla fine il risultato c’è, ma la responsabilità no.
La libertà di coscienza, in questa luce, cambia colore. Sui temi etici è una scelta nobile e ha argomenti seri dalla sua: Zaia ripete da anni che qui la politica dovrebbe dichiarare una zona di non sorvolo, e non è una posizione da liquidare. Ma quando la concedono contemporaneamente tutti i partiti tranne uno, la nobiltà si confonde con qualcos’altro: la comodità di non doversi definire. Chi lascia liberi i suoi non deve spiegare niente a nessuno — né agli elettori, né agli alleati, né a Roma.
E poi ci sono i dieci emendamenti del presidente Stefani, che sono la parte più interessante e la meno raccontata. Sulla carta correggono il testo «in senso di favor vitae»: parere rafforzato del palliativista, un Comitato bioetico regionale nominato dalla Giunta, obbligo di informare sulle cure palliative, tutela della volontarietà del medico. Ciascuna cosa, presa da sola, ha una ragione. Messe insieme aggiungono organi e passaggi a una procedura il cui unico scopo dichiarato era accorciare i tempi — e lo fanno mentre i termini perentori, quelli che davano il nome alla proposta, erano già stati cancellati dalla Corte costituzionale con la sentenza sulla legge toscana.
Il paradosso è tutto qui: una legge che si chiama «Liberi subito» arriva in porto senza più il subito, e con qualche fermata in più lungo la strada. Chi l’ha votata convinto di aver ottenuto una vittoria dovrebbe rileggersi il testo con calma. Chi l’ha emendata sapeva benissimo cosa stava facendo.
Nel frattempo Luca Zaia, che presiede l’assemblea, ha parlato di atto di responsabilità e del Parlamento dei veneti che non si volta dall’altra parte. La stampa nazionale ha titolato sulla prima Regione di centrodestra, formula comoda che dice tutto e non spiega niente. Nessuno ha scritto che il Veneto è la quarta Regione ad approvare una legge il cui contenuto più caratterizzante era già stato dichiarato illegittimo altrove. Neanche una riga.
Applaudire per una vittoria e non verificarne il contenuto è, in fondo, la stessa mossa di chi vota lasciando liberi tutti: costa poco, non impegna, e il giorno dopo si può sostenere di aver detto qualsiasi cosa.
Tonino Carotone ci aveva avvisati, in un ritornello che parla di un mondo difficile e di un futuro incerto, e da allora la difficoltà si è spostata. Non è più difficile viverci: è difficile leggerlo. Sono spariti i contorni, e senza contorni non si capisce dove finisce una posizione e dove ne comincia un’altra.
Perché una politica in cui tutti possono essere un po’ tutto non è una politica più libera: è una politica in cui nessuno è più responsabile di niente.



