Il leone alle spalle, Narciso nel cuore

di Arrigo Abalti · Settembre 2, 2026

Jacopo Maltauro recita l’understatement, ma la posa tradisce l’ambizione: la vera notizia non è chi si candida, è chi finge di non volerlo

 

C’è una foto sulla stampa di oggi, prima ancora che un’intervista. Jacopo Maltauro in giacca blu, mano in tasca, alle spalle il leone di San Marco che ringhia da un arazzo cinquecentesco. Il sorriso è quello di chi sta per essere fotografato per un santino elettorale, ma vuole farci credere di essere lì per caso, magari a cercare un ombrello dimenticato. Dietro, il predatore araldico. Davanti, la timidezza di circostanza. E infatti l’intervista che segue è un esercizio di tessitura e disfacimento, un piccolo Penelope in doppiopetto: di giorno giura fedeltà alla causa di Silvio Giovine, di notte, ai piedi del telaio, si prova la corona.

«È prematuro parlare di candidati», dice, con la stessa convinzione con cui Amleto diceva di non voler essere re — salvo poi passare cinque atti a soppesare pugnali e teschi. Essere sindaco o non essere sindaco: il problema Maltauro lo enuncia con classe, ma lo scioglie come un allenatore appena esonerato che dichiara commosso «non è il momento di parlare di sostituti» mentre si prova già la tuta in ritiro. Chiedergli se sia disponibile a candidarsi è come chiedere a un cardinale papabile se aspiri al soglio pontificio: la risposta giusta è sempre un mezzo rifiuto profumato d’incenso. Lui infatti risponde: «Penso a fare bene il consigliere regionale», salvo aggiungere due righe dopo che sarebbe «poco rispettoso verso i cittadini» pensare ad altro. Tradotto: non sono io a volerlo, sono loro che me lo impongono, io sono solo la vittima designata del mio talento. È la civetteria di chi si toglie un velo dicendo che ha freddo.

Sul resto vale la solita geometria del centrodestra, che si guarda allo specchio e vede sempre un altro. Fratelli d’Italia “prova a imporre la partita”, dice, ma non è “la modalità più opportuna” — modo forbito per dire: fate pure i prepotenti, cari alleati, ma con garbo, e magari non con me. Su Possamai il ragionamento si attorciglia come un’anguilla di Comacchio: il sindaco uscente non rappresenta la sinistra radicale, anzi ha allargato il consenso “anche tra gli elettori di centro” — il che, detto da un allenatore, equivarrebbe ad ammettere che l’avversario gioca meglio e vi ha pure rubato dei tifosi, ma la colpa, si capisce, è della difesa che non è andata “a riprendersi quei voti”.

Poi c’è la Casa dei Comuni, il totem che ottantacinque sindaci su centododici reclamano e che Fratelli d’Italia sta osteggiando. Maltauro invoca “una presa di coscienza” sulla richiesta “spontanea” dei sindaci — spontanea, in politica, vale quanto casuale riferito a un incontro elettorale il sabato mattina in piazza.

«Se il centrodestra è solo Giorgia Meloni non si vince, si vince assieme.»

Bella, davvero, questa chiusa che vale il prezzo del biglietto — finché non si nota che a pronunciarla è proprio l’uomo che nello stesso fiato ha appena spiegato perché i tempi debba dettarli lui, non gli altri.

Il difetto di fabbrica di questa politica locale non è la mancanza di programmi — categoria che ricorre nell’intervista come un mantra, “il tema di progettualità”, “un programma serio” — è l’eccesso di prudenza travestita da metodo. E c’è un piccolo segreto che tiene in piedi tutto l’armamentario: accusare l’avversario di non avere un progetto costa meno che esibire il proprio, per la ragione semplice che il proprio, di solito, non esiste ancora, o esiste solo come promessa di esistere tra due anni, quando sarà “meno prematuro”. È l’abbecedario di ogni intervista local degli anni Venti: si rimprovera al re di essere nudo mentre ci si veste, con calma, dietro la tenda. Maltauro sa aspettare come un cacciatore appostato, ma il cinghiale, in questi anni, ha imparato a leggere i giornali. Tra due anni, quando finalmente deciderà di “ripartire con idee nuove”, il rischio è ritrovarsi davanti allo stesso leone di San Marco, la stessa giacca blu, la stessa foto — con Possamai, nel frattempo, al secondo mandato, che saluta dal balcone come Zorro alla fine del film, mentre il centrodestra discute ancora su chi debba avere l’onore di perdere.

CONDIVIDI SU

[wpzoom_social_icons id="12577"]