di Arrigo Abalti · Luglio 22, 2025
Il candidato del centrosinistra alle Regionali delle Marche indagato per presunti affidi irregolari. In un video si dice “amareggiato ma sereno”. E da oggi è più candidato di prima
Succede sempre così. Ti candidi. Ti alzi presto, metti la cravatta giusta, quella del giorno delle primarie, ti convinci che il centrosinistra, anche nelle Marche, possa ancora dire qualcosa. Poi arriva l’avviso di garanzia. Il titolo del film potrebbe essere “Un sindaco a Pesaro”, ma il finale, se non altro per ora, è aperto.
Matteo Ricci, ex sindaco della città di Rossini, oggi aspirante presidente della Regione, ha ricevuto ieri un avviso di garanzia. L’ha detto lui, in un video social, con la compostezza di un uomo che sa che le campagne elettorali sono sempre più simili a una via crucis: “Sono sorpreso, amareggiato ma sereno”. Aggiunge di essere “estraneo ai fatti”. E in effetti, nella sinistra italiana, il verbo essere ha sempre avuto più valore del verbo fare.
L’inchiesta – che riguarda presunte irregolarità negli affidi del Comune di Pesaro durante il suo mandato – irrompe nella campagna marchigiana come un temporale fuori stagione. Ma non è un fulmine a ciel sereno. È il cielo italiano, quello che accompagna ormai ogni appuntamento elettorale. Perché la giustizia arriva, e quando arriva non guarda se hai il programma pronto o se hai già stampato i manifesti.
Ricci non si smarrisce. Anzi, rilancia. Pubblica il video e trasforma la comunicazione dell’avviso in un atto di trasparenza. È un classico: dal garantismo alla garanzia elettorale, il passo è breve. In certi ambienti del Pd si sussurra che “queste cose fanno male, ma fanno anche bene”: diventano una medaglia di vittimismo, un modo per dire “ce l’hanno con me perché ho una visione”. Una specie di Green Pass politico per accedere al pantheon delle vittime illustri: Mimmo Lucano, Filippo Penati, e perché no, anche quel Vincenzo De Luca pre-fenomeno, quando ancora era solo un indagato. E un po’ più a nord, Giuseppe Sala a Milano.
Il centrosinistra, nelle Marche, ora ha un problema in più o forse una narrazione in più. Perché ogni storia, per essere venduta, ha bisogno di un antagonista. E a Ricci l’antagonista lo ha appena servito la Procura. A destra gongolano, ma sanno che la storia è lunga. La giustizia, si sa, è lenta. Ma le campagne elettorali, quelle corrono.
Resta una domanda, che dalle parti di via del Nazareno aleggia senza risposta: chi decide oggi cosa sia un danno d’immagine? Un avviso di garanzia o la sua mancata comunicazione? Ricci ha scelto la seconda via. E nel suo video c’è tutto il repertorio dell’uomo delle istituzioni: sobrietà, determinazione, senso del dovere. Non c’è una parola fuori posto, nemmeno un accenno polemico. È il nuovo stile Pd, quello post-Schlein: non attaccare, ma testimoniare.
Il rischio, come sempre, è che in questa Italia dove essere indagati è più comune che prendere un treno in orario, si confonda il diritto con il destino. E che la politica, pur di non sembrare colpevole, si affezioni al ruolo dell’incompreso.
Matteo Ricci, intanto, resta in campo. Anzi, ci resta di più. Perché oggi, dopo l’avviso, è un candidato. Ma anche un simbolo. Quello di una sinistra che non vince, ma resiste. Che non governa, ma sopravvive. E che, sotto sotto, sogna che ogni guaio giudiziario possa trasformarsi in un voto in più.



