Veneto, dove il centro non è un luogo ma un carattere

di Arrigo Abalti · Luglio 19, 2025

In bocca a……Lupi

 

Nel silenzio rumoroso delle trattative per le regionali venete, le parole di Maurizio Lupi – «vogliamo dare più forza al centro del centrodestra anche in Veneto» – suonano come un ritorno alla grammatica della politica. Non quella delle alzate di voce, delle invasioni di campo, dei “prendere o lasciare”. Ma quella più sommessa, più paziente, che parla il linguaggio della costruzione, della sintesi, del rispetto reciproco.

Lupi ha scelto Padova, non per caso. Perché se c’è una terra in Italia dove la cultura moderata ha avuto cittadinanza piena, questa è proprio il Veneto. Terra cattolica e imprenditoriale, pragmatica e insieme idealista, mai davvero populista, eppure gelosa della sua autonomia. Una regione che ha sempre guardato con diffidenza tanto alle astrazioni della sinistra ideologica quanto alle intemperanze della destra identitaria.

Ecco perché non suonano affatto fuori tempo le parole del leader di Noi Moderati. Tutt’altro. In un Veneto che si prepara a una nuova stagione politica, Lupi e il suo mondo – quello che tiene insieme le radici popolari, la cultura del fare e la responsabilità istituzionale – rappresentano un punto d’equilibrio, più che un punto d’appoggio. E forse anche una riserva morale della coalizione, in un tempo in cui il centrodestra rischia di somigliare troppo a una federazione di muscoli e troppo poco a una comunità di visioni.

Il moderatismo, nel senso più autentico del termine, non è una formula residuale, né un’area d’appoggio per equilibri numerici. È una forma mentis. E in Veneto ha rappresentato, storicamente, una chiave di lettura del potere e del consenso. Una regione dove l’elettore non si lascia sedurre dagli estremismi, ma cerca affidabilità, misura, continuità. Dove i partiti – e le persone – vengono valutati più per la loro capacità di rappresentare una comunità che per il volume delle promesse.

È in questo quadro che la presenza di Noi Moderati nella coalizione acquista senso politico. Non come concessione, ma come esigenza. Perché ogni alleanza che voglia durare ha bisogno non solo di chi porta i numeri, ma anche di chi porta la cifra culturale. E in una fase in cui le leadership si contendono la scena a colpi di percentuali, c’è ancora bisogno di qualcuno che ricordi che il potere, per essere legittimo, dev’essere anche giusto. E giusto, per essere tale, deve essere equilibrato.

La sfida, dunque, non è solo quella di scegliere un candidato – e Lupi lo sa bene. È quella di definire un perimetro politico e culturale che non si risolva in un algoritmo. Lunedì, ha detto, la coalizione darà un nome. Ma se quel nome sarà davvero condiviso, convincente, competitivo, lo si dovrà anche – e forse soprattutto – al lavoro paziente e silenzioso di chi ha portato al tavolo non solo voti, ma una cultura di governo.

Una cultura politica che non fa rumore, ma regge i ponti. E in tempi di fratture, vale più di mille slogan.

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