di Arrigo Abalti · Agosto 1, 2026
Un anno fa nessuno voleva fare il medico di famiglia. Oggi in Veneto le domande sono il doppio dei posti disponibili. Qualcosa è cambiato a Venezia
C’è una battuta di David Mamet, in Le cose cambiano, che vale più di molti convegni: un lustrascarpe viene scambiato per un boss, e da quel momento diventa davvero altro. Non perché sia cambiato lui. Perché è cambiato lo sguardo di chi lo aspettava alla porta.
Alla medicina generale veneta è appena successo qualcosa di simile.
Fino all’anno scorso il racconto era univoco e desolante: bandi disertati, borse che nessuno voleva, giovani medici in fuga verso l’ospedale. Nel concorso nazionale 2024, su 2.623 borse disponibili ne furono assegnate 2.240, e in Lombardia e Veneto la percentuale di posti scoperti superava il 40 per cento. Quattro su dieci. In una delle sanità che si autoproclamava modello per il resto del Paese.
Vale la pena rileggerlo, oggi, il comunicato con cui nel novembre 2022 l’assessore Manuela Lanzarin annunciava il bando per il triennio 2022-2025: «Un numero importante. Si può dire che, se lo vorranno, tutti i giovani medici che si specializzeranno hanno in Veneto il posto di lavoro assicurato». Aveva ragione sui posti. Aveva torto su tutto il resto — perché il problema non era mai stato che mancasse il lavoro, ma che quel lavoro, così com’era organizzato, non lo volesse più nessuno. Negli anni successivi le borse restarono vuote e la risposta politica non cambiò: il modello veneto veniva celebrato più di quanto venisse verificato, e alle liste d’attesa e agli ambulatori senza titolare si replicava esibendo primati statistici. Le scuse arrivavano già confezionate come risposte.
Oggi, per il triennio 2026-2029, in Veneto sono arrivate quattrocento domande per centonovantuno posti. Più del doppio, con un aumento del 20 per cento rispetto al bando precedente. Stessa regione, stessi ambulatori, stessi pazienti cronici e stesse notti di reperibilità. È cambiato tutto tranne il mestiere.
Ed è qui che la storia diventa interessante, perché stavolta — cosa rara — alla svolta corrispondono atti, non solo dichiarazioni. Stefani rivendica due misure precise: l’aumento dell’importo delle borse di studio e l’accordo integrativo regionale appena sottoscritto con i medici di medicina generale, che ne rafforza il ruolo nelle case della comunità. Non sono provvedimenti epocali. Sono, molto più utilmente, provvedimenti leggibili: un ventottenne che deve decidere come impiegare i prossimi tre anni della propria vita capisce al volo se una regione lo sta aspettando o lo sta semplicemente contando.
Perché i giovani medici non leggono i comunicati stampa. Leggono il clima. Fiutano se una regione ha intenzione di prendersi sul serio il territorio o se continuerà a difendere le proprie classifiche mentre migliaia di cittadini restano senza medico di famiglia. È un sismografo, non un sondaggio: registra le scosse prima che arrivino i dati ufficiali. E quel sismografo, per anni, ha segnato zero.
Enrico Peterle, segretario Fimmg Veneto, coglie il segnale e subito lo sposta in avanti, con la sobrietà di chi il mestiere lo conosce: «Il problema non è convincerli a scegliere questa professione, ma costruire le condizioni perché possano esercitarla con soddisfazione e decidano di rimanere nel sistema». Tradotto: il collo di bottiglia si è spostato. Non è più all’ingresso. È dopo.
Perché è dopo che il giovane medico scopre la parte che nessun corso insegna. Che sarà insieme clinico e amministratore, informatico di sé stesso e ultimo presidio umano di un sistema che altrove ha smesso di rispondere. Che si prenderà i cronici, i fragili, gli anziani soli — la parte più faticosa e meno spettacolare della cura, quella che non fa notizia e non fa carriera. Peterle chiede tecnologia adeguata, personale di supporto, modelli organizzativi che facciano collaborare i medici senza spezzare il rapporto fiduciario con il cittadino. Sono richieste tecniche. Sono anche, molto banalmente, le condizioni perché una scommessa non si trasformi in rimpianto.
Stefani dice che «la strada imboccata è quella giusta». Ma la strada giusta, in sanità, si riconosce solo alla fine — e la fine, qui, arriva tra tre anni, quando quei medici avranno finito il corso e dovranno decidere se restare. Le borse più ricche portano i candidati all’esame. Non li tengono in ambulatorio a cinquant’anni.
Il rischio, semmai, è un altro: che il successo di oggi diventi, come abbiamo già visto in passato, la nuova statistica da esibire, e che tra due anni qualcuno spieghi le difficoltà residue citando le quattrocento domande del 2026. Sarebbe il modo più elegante per tornare al punto di partenza.
Perché le cose cambiano, diceva Mamet. Ma solo se qualcuno, alla porta, continua ad aspettarti.



