di Arrigo Abalti · Settembre 11, 2026
Il Comune di Vicenza ha chiuso il Pnrr a luglio: 69 progetti, 57 milioni, «missione compiuta». Il 10 settembre la rete di scolo è saltata in venti minuti e qualcuno è sceso a stappare i tombini con le mani. Non è una contraddizione: è esattamente ciò che quei fondi non potevano pagare
Giovedì, verso le sei di sera. L’acqua sale e la strada non scende più. Qualcuno si china sul bordo del marciapiede e infila le mani nella griglia di un tombino.
I numeri della serata li ha messi in fila il Comune: 88,6 millimetri in sei ore, quasi ottanta concentrati in tre, una cosa che non si vedeva dal 2009. Trentacinque interventi dei vigili del fuoco, tre sottopassi chiusi, infiltrazioni fin dentro il Tribunale, volontari della protezione civile a svuotare garage e piani terra fino all’una e mezza di notte. Il sindaco Possamai, che ha attivato il centro operativo comunale, ha detto la frase che ormai si ripete a ogni temporale: accadono sempre più spesso.
Due mesi prima, il 14 luglio, la stessa amministrazione annunciava un risultato che va riconosciuto per quello che è, cioè un buon lavoro amministrativo: sessantanove progetti del Pnrr portati a termine, cinquantasette milioni e mezzo impiegati, tutti i target centrati. Asili nido, mense, ciclovie, autobus nuovi, quasi centoottantamila metri quadri di città rigenerata. Missione compiuta, ha detto il sindaco, e aveva ragione.
Le due cose non si contraddicono. Stanno insieme, ed è questo il punto. Perché il Pnrr è costruito per obiettivi e scadenze: finanzia l’opera che nasce, certifica il metro quadro consegnato, misura il nastro che si taglia. Non finanzia la pulizia di una caditoia, e non perché qualcuno se ne sia dimenticato: perché la pulizia di una caditoia non ha un target. Non si conclude. Ricomincia ogni autunno, uguale, e l’unico modo di accorgersene è quando non è stata fatta.
Nel 97 dopo Cristo un funzionario romano all’apice della carriera, Sesto Giulio Frontino, fu nominato curatore delle acque e scrisse un trattato sugli acquedotti della città. Non su come costruirli: su come tenerli. Portate da verificare, perdite, allacci abusivi, condotte da ispezionare una per una. È probabilmente il più antico manuale europeo di manutenzione ordinaria, e lo scrisse non un operaio ma un uomo di governo, che evidentemente non considerava quel lavoro una faccenda minore.
Oggi la proporzione è rovesciata, e in provincia ha una cifra. La Provincia di Vicenza, nel bilancio approvato per il triennio, mette oltre trentuno milioni di fondi Pnrr per l’edilizia scolastica e dieci milioni e ottocentomila euro per la manutenzione di milleduecentoquarantuno chilometri di strade, quattrocentosessantuno ponti e duecentotrentatré rotatorie. Per costruire arrivano i milioni dell’Europa. Per tenere in piedi quattrocentosessantuno ponti ci sono dieci milioni e le nostre tasse.
E qui arriva il paradosso, che è il dato più contro-intuitivo di tutta la faccenda. Secondo il bollettino dell’Arpav al 31 agosto, in Veneto sono caduti settecentottantatré millimetri di pioggia dall’inizio dell’anno idrologico contro una media di oltre mille: il ventitré per cento in meno. Piove meno del normale, e la città si allaga. Non piove di più: piove peggio. E una rete pensata per l’acqua che scende adagio nell’arco di una giornata non regge l’acqua che arriva tutta in venti minuti.
Va detto con onestà, perché è l’obiezione più forte e ha ragione: con quelle intensità va in crisi anche una rete tenuta benissimo. Ma è proprio questo il motivo per cui la manutenzione torna a contare. Quando l’eccezione diventa la regola, l’unica variabile che resta davvero in mano a un’amministrazione è lo stato di ciò che già esiste. Sul cielo non si delibera.
Nel 2023 Wim Wenders ha girato due ore di film su un uomo che pulisce i bagni pubblici di Tokyo, e mezzo mondo lo ha trovato commovente. Il paradosso dei nostri bilanci è che quel mestiere lì commuove al cinema e sparisce nelle previsioni di spesa, dove non è un lavoro ma una voce di costo corrente, la prima da comprimere quando i conti si stringono. L’istituto che rappresenta i comuni — parte interessata, va detto — avverte che proprio dal 2026 le opere costruite col Pnrr cominciano a presentare il conto della propria gestione. È il conto che nessuno ha messo in conto.
Perché quando una comunità impara a costruire e non a tenere, il problema non è il denaro che finisce. È che costruire si fa in una legislatura e tenere si fa per sempre. I nastri si tagliano una volta sola. Le griglie vanno pulite ogni autunno, e non le inaugura nessuno.



