PANDEMIA, LA GUERRA ISTITUZIONALE: QUANDO LA BUROCRAZIA PREVALE SULLA SALUTE

di Arrigo Abalti · Aprile 26, 2025

Dopo lo scontro sulle liste d’attesa, adesso parte quello sul piano pandemico

 

Ci risiamo. Nuovo piano pandemico, vecchie liturgie. E vecchi vizi italiani. Uno su tutti: la capacità straordinaria di trasformare qualsiasi questione, persino quelle che riguardano la vita e la morte dei cittadini, in un conflitto di competenze, in una faida burocratica, in un duello tra poteri. Come se il Covid non ci avesse insegnato nulla.

A tre anni dalla fine dell’emergenza, l’Italia non ha ancora definito chi fa cosa in caso di nuova pandemia. Un fatto politico dirompente, una realtà che suona come uno schiaffo alla ragionevolezza: dopo tutto quello che abbiamo vissuto, dopo i lockdown, le mascherine, le terapie intensive al collasso, siamo ancora al punto di partenza. Roba da non crederci, se non fosse tragicamente vera.

Lo diciamo senza giri di parole: è uno scandalo. Uno scandalo che ha un nome e un cognome, anzi molti nomi e molti cognomi. Quelli di una classe dirigente che mentre i cittadini contavano i morti, si accapigliava sulle competenze. E che oggi, a pandemia finita, continua imperterrita nel balletto delle responsabilità, nel gioco dello scaricabarile, nella gara a chi alza più la voce.

La notizia è passata quasi inosservata, nessun vero intervento sulla stampa nazionale, nessuna presa di posizione chiara dal Veneto che, sulla carta, è una delle regioni benchmark sulla sanità. Tutti zitti e buoni.

Guardate con attenzione le parole usate dalle Regioni: il piano è “eccessivamente discorsivo”, “ridondante” e “di difficile consultazione”. Traduzione per i non iniziati al linguaggio burocratico: questo piano non ci piace perché non siamo stati coinvolti abbastanza. E ancora: chiedono che “le misure di loro competenza vengano definite insieme ad altri testi necessari alla programmazione regionale”. Non manca nemmeno la richiesta esplicita di “revisione” e “ristrutturazione” del testo, ritenuto poco pratico e operativo.

Dietro queste formule si nasconde la solita, antica guerra di potere tra centro e periferia. Tra Roma e i territori. Tra il Ministero e le Regioni. Una guerra che durante il Covid abbiamo pagato a caro prezzo, con ordinanze che si contraddicevano, con protocolli diversi da regione a regione, con una babele normativa che ha confuso i cittadini e rallentato le risposte all’emergenza.

Due mesi fa la presentazione della bozza, e siamo ancora qui a discutere se i vaccini debbano essere “l’unico strumento” o solo “uno degli strumenti”. Siamo ancora qui a litigare sul DPCM. Siamo ancora qui a non decidere, mentre il tempo passa e la prossima pandemia potrebbe essere dietro l’angolo.

Il paradosso è che tutto questo avviene mentre la Cassazione stabilisce che “il delitto di epidemia colposa può essere integrato anche con una condotta omissiva“. In parole povere: non agire di fronte a un rischio pandemico può essere reato. Le Sezioni unite della Cassazione lo hanno stabilito pronunciandosi su un maxi-contagio ospedaliero avvenuto in Sardegna nel 2020. E cosa stanno facendo le nostre istituzioni di fronte a questa nuova responsabilità giuridica? Discutono, rinviano, si palleggiano responsabilità. Con buona pace dell’inchiesta di Bergamo, che ancora pesa come un macigno sulla coscienza nazionale.

C’è qualcosa di profondamente malato in questo sistema. Qualcosa che va ben oltre le dispute tecniche sul piano pandemico. È un sistema che sembra incapace di apprendere dai propri errori, di mettere da parte gli egoismi istituzionali quando in gioco c’è la salute pubblica. Un sistema dove le competenze diventano territori da difendere, dove la collaborazione istituzionale è vista come una debolezza piuttosto che come una necessità.

Facciamo una previsione, e speriamo di essere smentiti: tra un anno e mezzo saremo ancora qui a discutere di questo piano pandemico. Lo faremo con lo stesso linguaggio bizantino, con le stesse liturgie burocratiche, con le stesse divisioni istituzionali. E nel frattempo, il mondo continuerà a correre. I virus continueranno a mutare. E noi italiani continueremo a essere in balia non solo dei patogeni, ma soprattutto di una classe dirigente che sembra avere come unica vera competenza quella di trasformare ogni questione cruciale in una disputa di potere.

Nel frattempo, mentre leggete queste righe, da qualche parte nel mondo un nuovo virus si sta preparando a fare il salto di specie. E noi siamo qui, a litigare su un allegato tecnico.

La risposta non sta nelle mani dei tecnici. Dovrebbe essere nelle urne, nelle piazze, nell’opinione pubblica che può e deve pretendere di più. Molto di più. Perché la prossima pandemia non chiederà a quale Regione apparteniamo o quale modulo abbiamo compilato. Chiederà solo se eravamo pronti. E al momento, la risposta è no. Tragicamente no.

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