di Redazione · Novembre 8, 2025
Dai tunnel di Malo e Sant’Urbano escono acque contaminate da sostanze tossiche. Il CoVePA denuncia: “La Regione e ARPAV sapevano tutto”
Dopo altri PFAS, famosi per il caso ex-Miteni, arriva anche il PFBA.
Dai tunnel di Malo e Sant’Urbano fuoriescono sostanze tossiche a livelli centinaia di volte oltre i limiti fissati per le acque destinate all’uso umano. ISPRA, ARPAV e Regione Veneto — dicono gli ambientalisti — sanno tutto. E tacciono.
C’è un numero che racconta da solo la misura dello scandalo: 661.000 nanogrammi per litro di PFBA nelle acque sotterranee drenate dall’opera stradale all’uscita del tunnel di Malo–Castelgomberto, come tenore massimo misurato.
Lo ha scritto nero su bianco il professor Andrea Sottani — che insegna Bonifica dei Siti Contaminati all’Università di Padova — in una relazione ufficiale, riprendendo dati analitici ufficiali prodotti da ARPAV nel corso di verifiche.
Non un ambientalista in sandali, ma un tecnico incaricato dalla stessa Regione Veneto.
Un numero che significa una cosa sola: disastro ambientale in corso.
Eppure, intorno, il silenzio. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, nessuno ha firmato.
Il CoVePA – Coordinamento Veneto Pedemontana Alternativa – ha diffuso i dati e preparato un nuovo esposto alla Procura.
Parlano chiaro le carte: acque di drenaggio dei tunnel della Superstrada Pedemontana Veneta contaminate da PFBA, un “figlio” dei famigerati PFAS, quelli che già da anni avvelenano la falda del Veneto centrale.
Secondo la Relazione tecnico-scientifica ISPRA CRE-ETF 15/2025, commissionata dal Ministero dell’Ambiente (MASE), i valori misurati nei piezometri e nei pozzi — che intercettano la falda idrica a valle idrogeologico della SPV — oscillano tra 859 e 24.100 ng/L, con punte da capogiro.
Le terre e rocce di scavo contaminate sono state distribuite in cave tra Bassano del Grappa e Montecchio Maggiore.
Tradotto: il veleno potrebbe essere stato messo in circolo.
La storia è quella di sempre: la Regione sapeva? L’ARPAV misurava? il Tavolo tecnico discuteva? Ma nessuno fermava nulla. Il 17 giugno scorso a Venezia, si sono riuniti i rappresentanti di Regione, ARPAV, Consiglio di Bacino e gestori idrici. Tutti intorno al tavolo, tutti d’accordo: “situazione grave, da monitorare”.
Nel frattempo, otto pozzi chiusi a Caldogno, altri a rischio tra Malo, Isola, Thiene e Monteviale. Il direttore di Viacqua, Alberto Piccoli, ha dichiarato che la contaminazione “ha lambito i nostri pozzi”, chiedendo di rivedere l’autorizzazione allo scarico del tunnel di Malo, che oggi consente di sversare acqua più contaminata di quella che berrebbe un pesce radioattivo. Il direttore regionale Paolo Giandon ha auspicato “più trasparenza e open data”.
Traduzione: sappiamo tutto, ma non vi diciamo niente.
Il PFBA (acido perfluorobutanoico) non è una sigla da laboratorio: è una molecola tossica, mobile e persistente, capace di attraversare terreni e rocce come un fantasma e finire dove nessuno la può più fermare: nella falda profonda, quella da cui si pesca l’acqua potabile. ISPRA lo dice chiaramente: “rischio cronico per la popolazione”.
Ma in Veneto, dove l’acqua allunga la vita alle campagne e alle rendite, la salute pubblica sembra valere meno di un cantiere che non si deve mai fermare.
Le analisi ISPRA rivelano che la fonte primaria del PFBA potrebbe essere riconducibile ad additivi chimici usati nel calcestruzzo come acceleranti di presa, dove è stato rilevato con concentrazioni fino a 263.000 ng/L.
E nessuno ha pensato di controllare prima di scavare, drenare e spargere le terre in mezza provincia? Nel verbale del Tavolo tecnico si legge che la contaminazione interessa pozzi acquedottistici gestiti da AcegasApsAmga e Viacqua. Otto pozzi chiusi, altri in sorveglianza.
La centrale di Saviabona dovrà essere completamente riprogettata per reggere i nuovi limiti di legge. È un bollettino di guerra che nessuno vuole leggere. E soprattutto, che nessuno vuole rendere pubblico.
A denunciare tutto, però, non sono gli enti pubblici, ma il CoVePA presenterà un nuovo esposto basato su tre documenti ufficiali:
la relazione ISPRA, il verbale del Tavolo tecnico del 17 giugno 2025 e lo studio del professor Sottani, in cui si parla senza mezzi termini di “valori significativi e misurabili, incompatibili con qualsiasi equilibrio ambientale”.
Il Coordinamento chiede verifiche penali e amministrative e, soprattutto, trasparenza totale: chi ha autorizzato, chi ha taciuto, chi ha lasciato che la Pedemontana diventasse una cloaca chimica.
Dopo dieci anni di inchieste, condanne e promesse sui PFAS, il Veneto è di nuovo qui: un’altra sigla, un altro veleno, la stessa leggerezza.
L’ennesima “grande opera” costruita sulla pelle del territorio, in nome del progresso e del profitto.
Solo che stavolta non basterà cambiare le centraline: perché quando la falda è compromessa, non c’è carbone attivo che tenga.
E allora sì: 661.000 nanogrammi per litro non definiscono solo una concentrazione.
Definiscono una sentenza.




