Più che Ventotene fu De Gasperi

di Arrigo Abalti · Marzo 20, 2025

Prime pagine dei giornali, aperture dei tg, parlamentari arruffati che urlano allo scandalo e poi piangono, crucifige da una parte e dall’altra, Giorgia Meloni che non si risparmia nel gusto della provocazione. Non è il miglior spettacolo della politica. Però Ventotene, oltre ad una bellissima isola, è probabilmente la parola più ricercata sul web grazie al Manifesto di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi del 1941 e che ieri ha scatenato mezza rissa a Montecitorio.

Epperò quando si parla delle origini dell’Unione Europea, il pensiero corre spesso al Manifesto di Ventotene e alla figura di Alcide De Gasperi, statista lungimirante che con Schuman e Adenauer gettò le basi della costruzione europea. Due visioni tuttavia distinte di Europa e che meriterebbero di essere approfondite dalle tifoserie del Parlamento: una più astratta e ideologica, l’altra concreta e fondata su passi politici precisi e misurabili.

Il Manifesto di Ventotene nacque in piena guerra mondiale, scritto da intellettuali antifascisti sotto confino. La sua visione dell’Europa era fortemente ideologica, figlia del clima intellettuale del tempo e di un pensiero socialista radicale. La proposta era di abolire gli Stati nazionali e creare una federazione sovranazionale, non solo per garantire la pace, ma anche per avviare una trasformazione sociale profonda, con la fine della “borghesia conservatrice” e l’avvento di nuove élite democratiche. L’unità europea era vista come uno strumento per rivoluzionare gli assetti politici interni, superare il capitalismo, e guidare un cambiamento sociale di ampia portata. Una visione affascinante, ma astratta e slegata dalla realtà politica del dopoguerra, che faticava a misurarsi con i limiti concreti imposti dalla ricostruzione, dalla Guerra Fredda e dalla necessità di compromesso tra Stati diversi.

Altra storia il progetto di Alcide De Gasperi. Politico di grande esperienza e fede democratica, immaginò — insieme a Schuman e Adenauer — un’Europa saldamente ancorata alla cooperazione tra Stati sovrani, ma capace già negli anni ‘50 di dotarsi di strumenti comuni concreti: una moneta unica, una politica fiscale condivisa e una difesa europea. Non erano sogni: si trattava di proposte precise, che presero forma nella Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) e poi nel progetto della Comunità Europea di Difesa (CED), naufragata solo per il rifiuto del Parlamento francese. De Gasperi sapeva che l’integrazione europea non poteva essere imposta dall’alto né affidata solo a ideali: servivano istituzioni reali, accordi vincolanti, una governance condivisa. Il suo approccio, pragmatico e visionario insieme, mirava a un’Europa capace di contare nel mondo, di garantire sicurezza e sviluppo ai suoi cittadini, e di prevenire nuovi conflitti attraverso l’interdipendenza economica e militare. Poi sappiamo che il progetto del grande statista trentino non venne mai, davvero completato. Ma solo lui lo aveva definito in modo lucido e possibile.

Il confronto tra Ventotene e De Gasperi non è solo storico. Esso mostra come l’Europa sia nata dalla tensione tra utopia e realtà, tra ideali generosi e necessità politiche. Se il Manifesto ha avuto il merito di rompere con il passato e lanciare una visione, fu De Gasperi a costruire davvero l’Europa, pietra dopo pietra, cercando consenso tra popoli e governi.

Oggi, di fronte al dogmatismo woke e alle tentazioni sovraniste, la lezione di De Gasperi è più attuale che mai: senza unione fiscale, difesa comune e solidità politica, l’Europa rischia di restare un gigante economico senza voce. E senza l’equilibrio tra ideali e pragmatismo, rischia di smarrire la propria anima. Se davvero vogliamo parlare di Europa possibile, citofonare Alcide De Gasperi, dove alle urla sguaiate di ieri risponde il sussurro della Storia.

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