di Arrigo Abalti · Agosto 5, 2026
A Vicenza la proroga è un test, non una tregua
Nell’urna di secondo livello del 29 settembre 2024, la Provincia di Vicenza aveva scelto in modo piuttosto netto: dieci seggi tra centrodestra e civici a comporre la maggioranza di palazzo Nievo, sei al centrosinistra relegato all’opposizione. Uno schema bipolare, classico, quasi rassicurante nella sua linearità — lo stesso con cui, salvo sorprese, ci si aspettava si sarebbe tornati a votare.
Meno di due anni dopo, quello schema scricchiola. In mezzo ci si è messa una lettera, firmata a luglio da sindaci di ogni colore, che chiede alla Provincia di tornare a essere “la Casa dei Comuni” — superando proprio la logica maggioranza-opposizione uscita dalle urne 2024. E ci si è messo, martedì, un decreto arrivato da Roma che a quella lettera regala tempo: tempo per dimostrarsi un progetto vero, o per sfaldarsi.
Il Consiglio dei ministri ne ha varato uno — infilato dentro un provvedimento omnibus che parla di pubblica amministrazione, protezione civile e Campi Flegrei, un contenitore capiente, di quelli in cui si può nascondere di tutto senza che nessuno se ne accorga fino a cose fatte — che tocca proprio i tempi di quella partita. Dentro, all’articolo 2, comma 11, una riga sola: la durata dei consigli provinciali in carica è prorogata fino alla scadenza del mandato dei rispettivi presidenti.
Tradotto dal burocratese: i Consigli non si rinnoveranno più ogni due anni come vuole la legge Delrio dal 2014, ma resteranno in sella fino a quando scade il mandato — quadriennale — del presidente. Un aggancio, appunto. A Vicenza il Consiglio eletto nel 2024, con la sua maggioranza di centrodestra e civici, non tornerà alle urne di secondo livello in autunno come previsto dal calendario naturale: voterà insieme al presidente, quando scadrà anche il mandato di Andrea Nardin, cioè agli inizi del 2027.
Ricostruiamo i fatti con ordine. A metà luglio, un mese prima che il decreto arrivasse sul tavolo del Cdm, i nove sindaci dei Comuni vicentini sopra i 15mila abitanti — quelli eletti col doppio turno: Giacomo Possamai (Vicenza), Nicola Finco (Bassano del Grappa), Cristina Marigo (Schio), Maurizio Zordan (Valdagno), Gianantonio Michelusi (Thiene), Silvio Parise (Montecchio Maggiore), Riccardo Masiero (Arzignano), Pierluigi Giacomello (Lonigo) e Giannantonio Stangherlin (Cassola) — hanno firmato un documento a sorpresa per chiedere che la Provincia torni a essere, nelle loro parole, “la Casa dei Comuni”: un luogo di sintesi tra amministratori di colore politico diverso, sul modello sperimentato con le liste unitarie del 2021. Nel giro di due settimane l’adesione si è allargata: prima una quarantina, poi una cinquantina di sindaci dei Comuni piccoli e medi hanno firmato la stessa adesione.
Dietro la retorica dell’unità, a ben guardare, si stanno mescolando due schemi che non coincidono affatto, ed è proprio questa la confusione — vera, non simulata — che il documento di luglio ha fatto esplodere. Il primo schema è quello bipolare classico: centrodestra compatto da una parte, centrosinistra compatto dall’altra. Il secondo è la tradizione della Provincia come “Casa dei Comuni” in senso proprio — quella sperimentata, con esiti e stagioni diverse, prima di Nardin: un governo dell’ente costruito sulla sintesi tra sindaci a prescindere dalla tessera di partito, con liste unitarie che nel 2021 avevano già messo insieme amministratori di aree politiche opposte.
Il documento dei nove sindaci — e poi delle cinquanta adesioni che sono seguite — si richiama esplicitamente a questa seconda tradizione. Ma chi lo ha firmato non parla necessariamente con una voce sola sulle intenzioni: c’è chi, come Possamai e Finco, pare leggerci l’occasione per costruire un asse di maggioranza trasversale che scavalchi i partiti (con Finco indicato dai rumors come possibile candidato alla presidenza), e c’è chi lo ha sottoscritto in buona fede come richiamo genuino allo spirito del passato, senza calcoli di poltrone. Ed è per questo che la geografia dei partiti non si legge lungo il consueto asse cdx-csx: Fratelli d’Italia — il partito dello stesso Nardin — è stata l’unica forza a contestare apertamente l’operazione, bollandola come “un patto tra Finco e Possamai per controllare la Provincia” più che come ritorno alla tradizione. La Lega, che pure ha in Finco uno degli architetti del documento, non ha preso posizione ufficiale, è rimasta in silenzio. Forza Italia, con il consigliere regionale Jacopo Maltauro, ha applaudito. E il Pd di Possamai, ovviamente, pure.
Con questa novità, allora, si riparte davvero da capo?
Più che ripartire da capo, la partita si riapre — ed è una differenza che conta. Il decreto di martedì non scioglie il nodo tra i due schemi, semmai lo rimanda: toglie l’appuntamento di novembre a cui l’operazione era stata cucita addosso, e sposta tutto a un election day unico a inizio 2027, quando Consiglio e presidenza si voteranno insieme. Chi puntava sul modello bipolare aveva bisogno del voto di autunno come prova generale di coalizione; chi punta sul modello della Casa dei Comuni ha invece bisogno di tempo per trasformare le firme raccolte in una lista credibile, superando le ambiguità interne che il caso Lega dimostra già esistere. La proroga, di fatto, toglie tempo soprattutto a quest’ultimo fronte — senza garantire che riesca a restare unito fino al 2027, né che l’ambizione trasversale di alcuni non finisca per essere letta, appunto, come manovra di potere da altri.
E qui sta il vero banco di prova che la proroga apre, silenziosamente, su entrambi i fronti.
Il primo test riguarda proprio i sindaci della Casa dei Comuni: cinquanta, qualcuno parla addirittura di settanta, firme raccolte in due settimane d’estate sono un numero che si fa presto a mettere insieme quando l’election day sembra vicino e il costo per aderire è quasi nullo. Restare allineati per sette-otto mesi in più, con il tempo di ripensarci, di negoziare posizionamenti diversi Comune per Comune, di subire le pressioni dei rispettivi partiti nazionali, è un esercizio molto più severo. Il documento reggerà fino al 2027 così com’è, o qualcuno — magari proprio tra i sindaci più esposti verso il proprio partito — troverà comodo sfilarsi strada facendo, scaricando la responsabilità sui tempi supplementari regalati dal decreto?
Il secondo test è speculare, e riguarda il centrodestra. Fratelli d’Italia, come detto, una linea l’ha già presa, ed è netta: no alla Casa dei Comuni e schema classico centrodestra contro centrosinistra. Ma Lega e Forza Italia, a Vicenza, non hanno ancora scelto da che parte stare in modo altrettanto esplicito — la prima chiusa in un silenzio che nasconde più di una tensione interna o forse solo imbarazzi con gli alleati (Finco è pur sempre un sindaco leghista), la seconda già schierata sul territorio attraverso Maltauro, ma senza che il partito regionale o nazionale abbia sconfessato o benedetto ufficialmente quella presa di posizione. Sette mesi in più sono sette mesi in cui questa ambiguità dovrà per forza sciogliersi: o il centrodestra vicentino ritrova un fronte comune attorno alla posizione di FdI, oppure la spaccatura silenziosa di oggi diventerà, alla vigilia del voto, spaccatura dichiarata.
Non è la riforma organica delle Province che l’Upi chiede da un decennio. È, più modestamente, un rinvio che finisce per riaprire — non chiudere — una domanda che a Vicenza è tutt’altro che nuova: se il futuro di Palazzo Nievo debba tornare a essere la sintesi tra sindaci immaginata dalla Casa dei Comuni, o restare la posta in palio della tradizionale contesa tra coalizioni. Nell’attesa, il tempo comprato da Roma sta già lavorando come un reagente: mostrerà, ai due schieramenti, quanto siano davvero solidi.
(Il testo del decreto dovrà ora affrontare l’iter di conversione parlamentare: non è escluso che la norma sulle Province venga modificata nei prossimi mesi.)



