(Quasi) mille giorni di me e di te

di Arrigo Abalti · Febbraio 15, 2026

Baglioni cantava l’amore che resiste. Oggi quei giorni misurano la distanza tra il cittadino e la sua cura

 

“Mille giorni di me e di te”. La canzone di Claudio Baglioni che ha fatto emozionare migliaia di italiani, parlava di un legame messo alla prova dal tempo. Nella sanità italiana, quel tempo ha assunto una forma diversa: è entrato in una tabella ministeriale, ha preso la consistenza di una cifra, in alcuni casi ha sfiorato gli ottocento giorni per un esame.

La novità sta tutta qui. L’attesa, che per anni è stata raccontata per episodi e percezioni, fughe di notizie o Power Point da addetti ai lavori,  ora è esposta in una piattaforma pubblica, ne parla oggi il Sole24ore. Otto prestazioni traccianti – colonscopie, Tac torace, prime visite cardiologiche, oculistiche, dermatologiche – sono monitorate con tempi medi, percentuali di sforamento, classi di priorità, dettaglio regionale e aziendale. Il tempo sanitario è diventato misurabile e comparabile.

Quando un numero entra in un sistema nazionale, cambia la natura del problema. Diventa responsabilità.

Il ministro Schillaci ha accompagnato la messa on line della piattaforma con un richiamo diretto a Regioni e Asl. Il monitoraggio centrale è attivo; ora la gestione delle agende, delle priorità, delle criticità territoriali richiede una risposta operativa. Nel linguaggio istituzionale significa che il ministero osserva e rende pubblici i dati, mentre l’organizzazione concreta rimane in capo ai territori. I direttori generali sono chiamati a governare i tempi come variabile essenziale del servizio.

La mappa restituisce un’Italia diseguale. In alcune realtà del Sud – Puglia e Abruzzo su più prestazioni – le attese si allungano fino a coprire archi temporali che incidono sulla vita quotidiana. Il Nord mostra performance mediamente migliori; il Veneto figura tra le regioni più ordinate su diversi indicatori. Eppure, guardando più a fondo, emergono scarti significativi anche tra aziende sanitarie confinanti, anche dentro la stessa regione.

Il dato suggerisce che le risorse economiche spiegano solo una parte del quadro. L’altra parte riguarda l’architettura organizzativa, la qualità del management, la capacità di programmare e controllare le agende. Dove la direzione è attenta e continua, i tempi tendono a ridursi. Dove la regia è meno incisiva, l’attesa si dilata. E questo proprio mentre in Veneto si sta decidendo l’architettura delle Direzioni Generali in scadenza a fine mese. Non sappiamo se un criterio per valutare le performance dei DG uscenti che aspirano a restare sia anche quello della riduzione delle liste d’attesa nelle loro Ulss, come sarebbe interessante sapere se agli aspiranti nuovi DG verrà chiesto come attuerebbero dei correttivi per sistemare la fila di pazienti davanti ai loro ambulatori.

La piattaforma introduce un elemento nuovo nel rapporto tra Stato e autonomie. La trasparenza funziona come leva di pressione politica. La responsabilità si concentra sui livelli decisionali territoriali. L’equilibrio tra indirizzo centrale e gestione regionale viene sottoposto a verifica pubblica.

Resta, però, la dimensione più delicata: quella culturale. Ottocento giorni in una tabella possono apparire come una deviazione statistica. Nella vita di una persona rappresentano mesi di incertezza, di dolore, di sospensione. In sanità il tempo incide sulla prognosi e sulla qualità della vita; ogni giorno aggiunto produce effetti concreti.

“Mille giorni di me e di te” evocava la durata di un legame. Oggi quella durata misura la tenuta del patto tra cittadino e sistema sanitario. La piattaforma non accorcia le liste; le rende visibili. E quando la visibilità diventa permanente, il tempo non può più essere trattato come un dettaglio amministrativo.

La questione non riguarda soltanto l’efficienza. Riguarda la credibilità. In una sanità pubblica fondata sull’universalismo, la gestione del tempo è parte integrante della cura. I numeri ora sono pubblici. La responsabilità segue la stessa strada.

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