di Arrigo Abalti · Novembre 22, 2025
Il possibile scenario per Vicenza
Diciamocelo senza girarci intorno: questa storia delle regionali venete sembra già scritta da mesi. Almeno in superficie. Perché sotto, sotto davvero, la partita è molto più interessante. È lì che si vede la politica vera: non nelle percentuali “da servizio pubblico”, ma nella geografia dei seggi. E Vicenza, con i suoi nove che pesano come macigni, è il posto migliore per capire chi comanda davvero da martedì mattina.
Il punto di partenza è chiarissimo, e non servono gli oracoli: Fratelli d’Italia è il primo partito della provincia, più o meno al 30%. La Lega segue al 22%, un po’ come quel vecchio amico di famiglia che ti vuole bene ma non riesce più a trovarti al passo. Forza Italia all’8%, che è una dignitosa presenza di bandiera: “ci siamo ancora”, per quanto in formato tascabile.
Con questi numeri il centrodestra arriva vicino al 60%. E qui entra in scena il sistema elettorale veneto, che a chiamarlo proporzionale è un atto di gentilezza: diciamo che è proporzionale quanto basta per non farlo sembrare maggioritario. In pratica, se prendi il 60%, prendi anche sei seggi su nove. Fine della poesia.
È in quel sei che si gioca tutto. Con FdI al 30, Lega al 22 e FI all’8, i seggi si spartiscono in maniera quasi chirurgica: tre a FdI, due alla Lega, uno agli azzurri. Un equilibrio che racconta più dei comunicati stampa: una provincia in cui la leadership è saldamente meloniana, la Lega resiste con i denti a difendere la propria storica rendita di posizione, e Forza Italia mantiene la sua nicchia, come quei negozi in centro che non sai come facciano a stare aperti, ma ci sono sempre.
Ma la politica, anche quella dei quozienti, ha sempre un “però”. Perché se la coalizione scende a cinque seggi, cambia tutto. FdI resta davanti, certo, ma la Lega tiene il fiato sul collo e FI rischia di dover soffiare sulle ultime briciole di resto. È lo scenario in cui al centrosinistra torna un filo di respiro e può risalire a tre seggi. Non è probabile, ma in politica—come dice sempre chi non vuole prendersi responsabilità—“mai dire mai”.
Lo scenario opposto è decisamente più succoso: quello dei sette seggi al centrodestra. Qui è proprio matematica applicata all’ambizione. Con sette seggi, Fratelli d’Italia prende automaticamente il quarto, la Lega sale a tre e Forza Italia rimane in piedi. Il classico caso in cui basta un passo della coalizione per far scattare il bottino extra. Ed è per questo che in queste ore, dietro i sorrisi da comizio, l’unica domanda vera tra i candidati FdI è: “Riusciamo ad arrivare al quarto?”
E allora bisogna guardare la soglia. Se i seggi restano sei, FdI il quarto lo prende solo mettendosi sopra il 32%. Anzi, per non rischiare, meglio 33%. È il momento in cui il quarto quoziente di FdI supera l’8% di FI. Tradotto: il seggio passa a Meloni e saluta Berlusconi. Voto utile? Più che altro voto matematico: la politica ridotta al teorema di d’Hondt, che non è affascinante ma è tutto.
Sul fronte del centrosinistra il racconto è più sobrio, per non dire più triste. Il PD, che si aggira tra il 16 e il 18%, ha un perimetro da due seggi: uno per la struttura, uno per la resistenza. Il terzo scatta solo se succede una delle due cose che non succedono quasi mai: o la maggioranza perde colpi, o le civiche di area fanno il miracolo del 3%. Possibile? Certo. Probabile? Non facciamoci illusioni.
Le civiche, invece, sono la variabile anarchica del sistema. Se superano la soglia regionale, entrano. E se entrano, tolgono seggi a tutti. È il classico caso in cui la lista che sembra nascere per testimonianza finisce per mandare fuori gioco qualcuno che pensava di essere in una botte di ferro. In Veneto, anche questo succede.
La verità, alla fine, è che Vicenza è il posto dove i numeri parlano davvero. Dove il centrodestra si gioca il peso interno, dove Fratelli d’Italia deve dimostrare se è un dominio o un equilibrio, dove la Lega prova a non scivolare nel ruolo di “alleato di complemento”, e dove Forza Italia deve difendere con le unghie il suo seggio, quello che in certe province è diventato una specie di animale protetto.
Il tutto mentre il centrosinistra prova a contenere i danni e le civiche guardano la soglia come i bambini guardano il palloncino all’ultimo secondo prima che scappi via.
Il resto lo dirà la notte dello spoglio. Ma chi vuole capire come sarà il prossimo Veneto può già fare un esercizio semplice: non guardi il presidente, guardi Vicenza. È lì, nei nove seggi della provincia più politica del Nordest, che si vede davvero dove si sta spostando il baricentro del potere regionale. Andare oltre la superficie, come sempre, è l’unico modo per non restare sorpresi martedì mattina.



