Regionali, la politica come il calcio: maglie diverse, stesso pallone

di Arrigo Abalti · Ottobre 26, 2025

Nel derby tra Lega e Fratelli d’Italia non si gioca per cambiare il Veneto, ma per chi segna di più

 

A Vicenza il centrodestra non si divide, si moltiplica. La Lega e Fratelli d’Italia si affrontano come due fratelli che si contendono la stessa eredità: una Regione da amministrare e un Veneto da raccontare. Non si sfidano sulle idee – che non ci stanno raccontando – ma sulla capacità di occupare il territorio, di convincere i sindaci, di portare a casa le preferenze. È il derby del potere, che ha preso il posto del pensiero. Eppure, mai come questa volta, la partita sembra aperta.

Fratelli d’Italia si presenta con un cast dove convivono amministratori, parlamentari e veterani. Sergio Berlato, il più longevo dei volti della destra veneta, è la memoria storica del partito. È stato di tutto: assessore, deputato, europarlamentare. Oggi rappresenta quella componente che non si arrende al ricambio generazionale e continua a presidiare la frontiera identitaria della destra. A Verona hanno fatto fare un passo indietro ad un suo illustre coetaneo, Massimo Giorgetti, ma Vicenza vuole tenere insieme tutti. Berlato ha ancora un voto personale consistente e una fedeltà quasi affettiva nel mondo venatorio, ma la sua presenza ingombra: da un lato garantisce esperienza, dall’altro rende più difficile per alcuni candidati raccontare la destra come novità. È il patriarca che non lascia il campo, e intorno a lui si misura la convivenza tra la vecchia e la nuova FdI.

Accanto a Berlato, Francesco Rucco ha smesso di essere solo il candidato del capoluogo. Con Silvio Giovine e Elena Donazzan alle spalle, ha la copertura politica e organizzativa per spingersi in provincia, dove FdI punta a radicarsi definitivamente. È il volto istituzionale e affidabile di un partito che vuole mostrare maturità di governo. Joe Formaggio, campione di preferenze e voce diretta, gioca la partita della simpatia e delle posizioni radicali – stranieri, sicurezza, legittima difesa – e nel mondo pettinato di FdI è l’imperfezione che funziona. Francesco Enrico Gonzo, sindaco di Isola Vicentina, manager e amministratore, ha la competenza e la sobrietà ma poca notorietà fuori casa. Per lui la partita è nell’Alto Vicentino, dove dovrà trasformare la stima in voto. Andrea Nardin, presidente della Provincia, è instancabile nel presenziare ad ogni evento a tutte le latitudini, ma anche teso: le gaffes pubbliche e l’ansia da prestazione sono la parte più umana e più rischiosa della sua candidatura.

Dall’altra parte, la Lega, più che una squadra, sembra una storia che cerca un finale. Roberto Ciambetti è il veterano che conosce ogni comma e ogni corridoio, ma paga la prevedibilità di chi non sbaglia mai. L’usato sicuro che non delude i suoi. Manuela Lanzarin, assessora alla sanità, rappresenta il modello veneto che si è logorato su se stesso: la macchina funziona, ma non convince più. Oggi l’opinione  più diffusa, tra medici e infermieri, è che la sanità non voterà più Lega, e che la responsabilità – giusta o no – porti il suo nome. È la prima frattura seria nel fortino zaiano. Milena Cecchetto, ex sindaca di Montecchio Maggiore, consigliera uscente e candidata nella lista della Lega con Roberto Vannacci, è invece la sorpresa più interessante: unisce l’anima identitaria alla credibilità del territorio. È il volto gentile del nuovo sovranismo: patriottico ma concreto, con radici sociali vere. Potrebbe scomporre un quadro che sembrava già definito. Marco Zecchinato, ex sindaco di Orgiano, consigliere uscente anche lui, è la Lega in doppio petto, quella che governa e che non guarda alle ideologie o agli slogan, sembra sia il candidato dell’apparato e assessore in pectore. Alessia Bevilacqua, sindaca di Arzignano, è sempre stata defilata nel quadro provinciale, stavolta ci prova in un territorio pieno di candidati competitivi come l’Ovest vicentino.

Alla fine, il derby si gioca su questo: Fratelli d’Italia cresce perché dà l’idea del movimento e il brand Meloni piace anche dalle nostre parti, la Lega si difende perché difende sé stessa e 15 anni di abitudine al potere. Ma il sentimento è cambiato. Il Veneto produttivo, quello delle imprese e delle corsie ospedaliere, sembra aver perso la devozione per il Carroccio. Lanzarin pesa come una zavorra, mentre Rucco, con Giovine e Donazzan, appare il più attrezzato per contendere anche la provincia. Berlato presidia il fronte tradizionale, Formaggio parla alla pancia, Gonzo studia, Nardin suda. Cecchetto corre con Vannacci, ma con più grazia di quanto ci si aspettasse. Ciambetti tiene la regia, Bevilacqua si scalda i muscoli e la faccia sorridente di Zecchinato è dappertutto.

Ma se chiedi oggi a qualcuno quale sia davvero la differenza tra la Lega e Fratelli d’Italia nel governo del territorio, nessuno te la sa dimostrare. Le distinzioni si riducono a ovvietà simboliche: da una parte il leone di San Marco, dall’altra le foibe. Ma poi, se cerchi la differenza tra lo stile amministrativo di un sindaco della Lega e uno di FdI, non la trovi. Cambiano i loghi, non le politiche. Le ordinanze si assomigliano, i comunicati pure. E a quel punto l’onere della prova non sta a noi osservatori, ma a loro: a chi chiede di essere votato per cambiare, pur facendo le stesse cose di sempre.

La politica, a guardarla da vicino, somiglia sempre di più a una partita di calcio e sempre meno a un confronto tra sensibilità e visioni della società. Ci sono le squadre, gli allenatori, i tesserati e le tifoserie. Cambiano le maglie, ma il gioco è sempre lo stesso: il pallone del potere che rotola da una parte all’altra del campo. Si vince di misura, si pareggia per calcolo, si perde per stanchezza. Ma la politica, quella vera, dovrebbe essere altro: non un campionato di personalità, ma un laboratorio di idee.
E invece, nel derby del centrodestra vicentino, vince chi segna di più, non chi pensa meglio.

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