La firma per la nonna

di Arrigo Abalti · Agosto 28, 2026

 

Il giorno in cui accompagni tua madre in una casa di riposo non ti ricordi quasi niente. Ti ricordi il corridoio, forse. L’odore. Che le maniglie sono basse. E ti ricordi che a un certo punto ti hanno messo davanti dei fogli e tu hai firmato senza leggerli, perché era il giorno peggiore della tua vita e leggere non era proprio la priorità.

Dentro quei fogli, molto spesso, c’è una fideiussione. L’impegno a pagare tutta la retta, quota sanitaria inclusa. Le strutture lo fanno per tutelarsi — e non è che non si capisca il perché: se la Regione non riconosce quello che dovrebbe riconoscere, quel buco qualcuno lo deve coprire. Solo che i giudici, ormai da anni, ripetono che quando la prestazione è ad elevata integrazione sanitaria quell’impegno è nullo. Se il conto per legge tocca al servizio sanitario, non c’è firma privata che lo sposti sulla famiglia. La Cassazione l’ha detto anche per una paziente Alzheimer in nucleo specializzato. Eppure si continua a firmare, perché le sentenze stanno nelle banche dati e la penna sta sul tavolo.

Adesso il TAR Lombardia, con due decisioni di metà agosto, non ha stabilito che l’Alzheimer grave vada coperto al cento per cento dal SSN. Ha detto una cosa più piccola: la Regione deve rispondere. Novanta giorni, per iscritto, motivando. Altrimenti arriva un commissario a decidere al posto suo. Detta così sembra procedura. In realtà chiude una scorciatoia molto usata, che è quella di non rispondere affatto.

E qui conviene guardarsi in casa. Quelle sentenze valgono per la Lombardia, certo: sono ricorsi lombardi contro il silenzio di una giunta lombarda. Ma il principio su cui poggiano non è lombardo per niente. È il DPCM del 2001, è la Cassazione, è il Consiglio di Stato. Vale allo stesso identico modo tra Bassano e Lonigo. In Veneto le impegnative di residenzialità sono ferme da anni mentre il costo del personale è corso, i nuclei Alzheimer accolgono persone sempre più compromesse, e la differenza tra quello che riconosce la Regione e quello che serve davvero finisce dritta nella retta. Cioè nelle tasche di una famiglia. Basta che venti gestori veneti mandino una diffida a Palazzo Balbi e la strada è esattamente quella: non si discute più del singolo ospite, si discute di chi ha deciso quelle tariffe e con quali conti alla mano.

Perché il costo, nel frattempo, non sparisce mai. Scende di un piano. Dalla Regione alle strutture, dalle strutture ai Comuni, e i Comuni — parecchi, ancora oggi — calcolano la quota sociale mettendoci dentro l’indennità di accompagnamento. Che per legge non è reddito, e serve a pagare l’assistenza. Non a pagarla due volte.

Alla fine qualcuno paga sempre. Di solito è quello che era troppo stanco per leggere i fogli.

 

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