di Arrigo Abalti · Agosto 20, 2026
Diciannove agosto: il Comune annuncia un’ordinanza per mettere in sicurezza l’amianto trovato tra le macerie del cantiere Tav di viale Verona. Venti agosto: il ministero della Cultura chiede approfondimenti sull’impatto della Tav su Vicenza, città patrimonio Unesco, e i progetti slittano da sei mesi a un anno.
Due notizie, due giorni, un solo metodo. Prima le ruspe, poi le domande. Prima la polvere, poi il questionario sulla polvere. È l’unica scuola urbanistica che Vicenza abbia davvero fondato, e meriterebbe una cattedra: si chiude la stalla quando i buoi sono scappati, e mentre si chiude la porta si spiega ai cittadini che la porta è nuova, robusta, conforme alle normative europee, frutto di un lungo lavoro di ascolto.
Partiamo dall’eternit, perché è la vicenda più semplice e quindi la più imbarazzante. Le lastre di cemento-amianto non le ha viste un algoritmo, non le ha viste una commissione, non le ha viste una direzione lavori. Le hanno viste dei residenti. Le hanno fotografate. Poi sono arrivati Arpav, Ulss, Comune, polizia locale, e i controlli hanno confermato: c’era. Blocco dell’area a ridosso del cavalcaferrovia Ferreto de’ Ferreti, messa in sicurezza, copertura, rimozione. Tutto giusto. Tutto tardi.
Perché il punto non è che l’amianto sia stato trovato: il punto è che l’amianto andava cercato. Non è un’opinione di questo giornale, è scritto nel decreto legislativo 81 del 2008 — prima di intraprendere lavori di demolizione bisogna adottare ogni misura necessaria a individuare la presenza di materiali che possano contenere amianto, e se c’è anche solo il minimo dubbio ci si comporta come se ci fosse. Sta perfino sul sito del Comune di Vicenza, alla pagina sulla rimozione dell’amianto, dove chiunque abbia una tettoia in eternit va a leggere che cosa deve fare prima di toccarla. Chiunque abbia una tettoia. Prima di toccarla.
Quindi la domanda, gentile e feroce: com’è possibile che il cittadino con la tettoia sappia di dover indagare prima, e il cantiere della più grande opera pubblica che attraversi la città lo scopra dopo, per gentile concessione di un vicino di casa con lo smartphone?
Veniamo all’Unesco, che è la stessa storia con il vestito buono.
Il ministero della Cultura risponde a una richiesta del Comune e mette una prescrizione che, letta a mente fredda, è una sentenza sul metodo: la valutazione delle alternative progettuali non può prescindere da uno specifico Heritage Impact Assessment. E soprattutto — questa è la parola che vale l’intero articolo — quello studio va sviluppato anteriormente alla definizione della soluzione progettuale.
Anteriormente. Che è un avverbio che presuppone un prima. E il prima, a Vicenza, è la zona archeologica del dibattito pubblico: le demolizioni sono cominciate quasi un anno fa, i palazzi sono venuti giù a San Lazzaro, in via Boccherini, in via Marcello, in viale Verona, i cantieri stazionano ormai alle porte del centro storico. L’Heritage Impact Assessment arriva adesso: e allora non è una cautela, è una tac prescritta a referto autoptico già battuto a macchina.
Nel frattempo la partita tecnica si è moltiplicata come i pani: tre soluzioni per l’uscita Est — a raso con lo scavalco interrato, parzialmente in galleria, interamente in galleria — con Rfi che ha ufficializzato la preferenza per la più economica e più rapida, cioè la più a raso; e adesso IricavDue ne studia una quarta, un viadotto che sposta la linea da sud a nord per far entrare i treni nella stazione di Padova nel verso giusto. Quattro ipotesi per una città che non ha ancora ottenuto una risposta sulla prima. E anche la quarta, naturalmente, dovrà passare sotto gli approfondimenti del ministero.
C’è poi un particolare che dice tutto sul rapporto tra la periferia e il centro. Il Comune scrive alla direzione dei siti Unesco. Silenzio. Ad aprile scrive direttamente a Rfi, a IricavDue, al commissario straordinario. Lettera morta. La risposta da Roma arriva soltanto dopo che si è bussato alla porta del ministero della Cultura. Tradotto: alle amministrazioni non si risponde per dovere, si risponde per timore. Non conta chi chiede, conta chi può fermarti.
E qui va detta la cosa che nessuno dice, perché nessuno vuole passare per quello che non ama i treni veloci. Vicenza non comincia in stazione. Vicenza comincia molto prima, dopo Altavilla, dove il cantiere ovest lavora da mesi senza che si abbia notizia della stessa febbrile cautela patrimoniale che oggi si spende sull’uscita Est. Se il criterio è che una città Unesco va tutelata nella sua integrità, allora l’integrità comincia dove comincia la città, non dove comincia il centro storico fotografato dai turisti. Chiediamolo, visto che ci siamo: che il ministero della Cultura estenda la verifica anche al cantiere di Vicenza ovest. Prima. Non dopo.
Ruskin, che sulla materia scrisse più di ogni ministero, nella «lampada della memoria» sostiene una cosa che a Vicenza dovrebbe essere affissa in Basilica: nessuno ha davvero il diritto di modificare un edificio storico, perché quell’edificio non è suo — appartiene a chi lo ha costruito e a chi verrà dopo. Noi siamo inquilini, non proprietari. Il riconoscimento Unesco non è una targa da esibire nei depliant: è un’ipoteca al contrario, un debito verso chi non è ancora nato e non può votare né alle comunali né alle politiche.
Intanto la politica fa quello che sa fare. Il centrodestra accusa il centrosinistra di essere attendista per calcoli di consenso. Il centrosinistra risponde che senza sapere quanto metterà il governo non si decide nulla. Il centrodestra controreplica che i soldi si mettono su un progetto, non a prescindere. È il rimpallo come substrato quotidiano: si muove tutto e non si decide niente, che è il modo elegante di dire che a decidere, alla fine, sarà il cantiere.
Meglio adesso che mai, certo. Ma è una consolazione da funerale, e a Vicenza cominciamo ad avere una discreta esperienza di consolazioni da funerale. Il prossimo passo lo conosciamo già: fra qualche mese qualcuno scoprirà qualcos’altro — un reperto, una falda, una crepa, un’altra lastra grigia sotto i denti dell’escavatore. Arriveranno i sopralluoghi, le ordinanze, le lettere, i comunicati. E qualcuno spiegherà, con la faccia seria di chi ha appena salvato la città, che si è intervenuti tempestivamente.
Tempestivamente. L’altro avverbio. Quello che a Vicenza significa: dopo.



