Sanità veneta, l’arte di dirsi bravi mentre il sistema si assottiglia

di Arrigo Abalti · Gennaio 22, 2026

La Regione si celebra “al top”, le opposizioni gridano al “troppo privato”. In mezzo restano i numeri, i posti letto che spariscono e un modello che regge più per inerzia che per visione

 

C’è una parola che nella sanità veneta ricorre più dei dati: autocompiacimento. La si ritrova, quasi scolpita, nel titolo che campeggia sulla Relazione socio-sanitaria 2025: “Siamo al top”. Ed è vero, almeno in parte. Il Veneto resta una delle regioni con gli indicatori migliori d’Italia, tiene sul fronte degli esiti clinici, mantiene una reputazione nazionale costruita in decenni di governo ordinato del sistema. Ma il punto non è dove si è arrivati. Il punto, oggi, è dove si sta scivolando.

La fotografia sulla stampa di oggi racconta molto più di quanto sembri. Un sistema che continua a vantarsi della vetta mentre, sotto, il terreno si assottiglia. Meno posti letto nel pubblico, una riduzione costante e strutturale che dal 2019 a oggi non è un incidente ma una scelta. E, specularmente, un privato che cresce, non per ideologia, ma per necessità: perché qualcuno deve pur assorbire la domanda che il pubblico non riesce più a governare.

Qui sta l’equivoco politico – e culturale – che attraversa tutto il dibattito. Avs e Pd gridano “troppo privato” come se il privato fosse un corpo estraneo, un’invasione, una deviazione dal modello originario. La Giunta risponde rivendicando i risultati, come se gli indicatori potessero da soli compensare le falle strutturali. Entrambi parlano, nessuno guarda davvero dentro il sistema.

Perché il dato che pesa non è solo la riduzione dei posti letto, ma dove e come si riducono. La sanità non è una media aritmetica regionale: è territorio, è prossimità, è capacità di risposta concreta. E quando la consigliera Ostanel ricorda che dal 2019 si è “calata l’ancora” dei posti letto pubblici, non sta facendo opposizione: sta ponendo una questione di tenuta del modello.

Il Veneto ha scelto, negli anni, una sanità efficiente ma compressa, performante ma tirata. Ha spinto sulla produttività senza aggiornare davvero la dotazione strutturale e umana. Ha retto finché ha potuto. Ora il sistema mostra il conto: liste d’attesa che si accorciano solo grazie al privato accreditato, personale che manca, reparti che funzionano perché qualcuno supplisce, non perché la programmazione sia stata lungimirante.

E qui arriva il grande non detto. Il privato accreditato non è l’alternativa al pubblico: è parte integrante del Servizio sanitario nazionale. Ha le stesse regole, gli stessi tetti, gli stessi controlli. Continuare a evocarlo come un nemico ideologico significa non aver capito, – o fingere di non capire – come funziona davvero la sanità italiana. Il problema non è troppo privato. Il problema è poco governo della complessità.

La Relazione 2025 è uno specchio fedele: mostra luci vere e ombre rimosse. Ma uno specchio, se usato solo per ammirarsi, diventa inutile. Il Veneto oggi avrebbe bisogno di meno slogan e più scelte scomode: dire dove mancano i posti letto, dire quali servizi non reggono più, dire come integrare pubblico e privato senza ipocrisie.

Perché c’è un rischio più grande del “troppo privato”: l’illusione di essere ancora al top mentre il sistema, lentamente, si sta abituando a fare meno con meno. E la sanità, quando si abitua a stringere i denti, prima o poi smette di sorridere.

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