di Arrigo Abalti · Gennaio 15, 2026
Non sarà sindaco di Venezia. La presidenza del Consiglio regionale, da sala d’attesa, diventa un esilio dorato. In attesa del ritorno. Da Presidente dopo Stefani
C’è stato un momento, fino a poche settimane fa, in cui la politica veneta sembrava recitare un copione già scritto: Luca Zaia verso Venezia, Venezia come approdo finale, la presidenza del Consiglio regionale come una dorata sala d’attesa prima di scendere in campo nella città simbolo da sindaco. Un passaggio quasi obbligato, come se la traiettoria personale di Zaia dovesse per forza culminare lì, tra Ca’ Farsetti e Piazza San Marco.
Poi, improvvisamente, la sceneggiatura è cambiata. Zaia non si candiderà a sindaco di Venezia. E quella che doveva essere una sala d’attesa somiglia sempre di più a qualcos’altro. Non un anticamera, ma un esilio morbido. Non una fermata tecnica, ma un’isola.
L’isola, per capirci, è l’Elba.
La metafora non è casuale. Napoleone Bonaparte fu spedito all’Elba dopo la prima sconfitta: formalmente fuori gioco, sostanzialmente ancora pericoloso. Governava poco, ma osservava molto. Attendeva. Poi tornò a Parigi, riprese il potere per cento giorni, prima della resa dei conti definitiva di Waterloo. L’Elba non fu la fine. Fu un tempo sospeso, una pausa armata di ambizione.
Ecco, la presidenza del Consiglio regionale oggi assomiglia parecchio a quell’Elba lì. Un luogo elegante, protetto, istituzionale. Un incarico che non consuma consenso, non espone a rischi, non obbliga a scelte impopolari. Una scialuppa dorata, da cui guardare il mare in attesa che le correnti politiche tornino favorevoli.
Perché Zaia non si candida a Venezia non per modestia, né per stanchezza. Non lo fa perché Venezia è un rischio, e Zaia – che è politico di professione – sa distinguere le battaglie simboliche da quelle davvero utili. Governare Venezia significa logorarsi, esporsi, misurarsi con problemi irrisolvibili e consenso volatile. Molto meglio restare fermi, osservare, aspettare.
E soprattutto ricordare.
Basta infatti tornare a quella frase pronunciata dopo la vittoria di Alberto Stefani:
«Adesso sono di nuovo ricandidabile».
Non era una battuta. Era un messaggio.
Un segnale interno, rivolto a chi doveva capirlo. Perché quella rimane la vera, inconfessabile aspirazione di Zaia: tornare al timone della Regione. Non Venezia, non il Campidoglio lagunare. Palazzo Balbi.
Il resto è tattica. È gestione del tempo. È politica allo stato puro.
E allora la presidenza del Consiglio regionale cambia significato: non più trampolino, ma zona franca. Non più transizione, ma conservazione del capitale politico. Un ruolo che permette di restare nel gioco senza giocare davvero, di contare senza esporsi, di esistere senza consumarsi.
Chi vuole conferme può fare una cosa semplice: citofonare a Matteo Salvini. Oppure allo stesso Stefani. Lì troverà tutte le risposte che servono, magari non ufficiali, ma politicamente chiarissime.
Zaia non va a Venezia perché sta aspettando altro. Come Napoleone all’Elba, non ha ancora deciso se e quando tornare. Ma una cosa è certa: non considera affatto conclusa la sua partita.
La storia, si sa, non si ripete mai uguale.
Ma i politici che pensano di poterla piegare al proprio destino… quelli sì, si somigliano moltissimo.



