Schio, la memoria che non perdona (e la politica che non sa perdonare)

di Arrigo Abalti · Luglio 6, 2025

Troppe inaccettabili divisioni sull’eccidio di Schio

 

C’è qualcosa di grottesco nel vedere una città che, dopo ottant’anni, continua a masticare amaro su una ferita che dovrebbe essere diventata cicatrice. L’Eccidio di Schio – quella notte maledetta tra il 6 e il 7 luglio 1945, quando 54 persone finirono ammazzate nelle carceri da un gruppo di partigiani che aveva smarrito la bussola – non è solo storia. È il termometro di un’Italia che non sa crescere, che preferisce il rancore alla riconciliazione, che trasforma la memoria in una rissa permanente.

E allora prendiamo Anna Vescovi. Figlia di una delle vittime, il podestà di Schio Giulio, una donna che nel 2017 ha fatto quello che la politica non riesce a fare da decenni: ha abbracciato Valentino Bortoloso, uno dei partigiani autori della strage, davanti al vescovo di Vicenza. Un gesto che vale più di mille convegni sulla memoria condivisa, più di tutti i discorsi retorici che si sprecano ogni 25 aprile. Un gesto che dice: “Io, che ho perso mio padre, scelgo di non odiare”. E che fa? La politica scledense del 2025 si gira dall’altra parte.

Perché la proposta di Alex Cioni, che ha la colpa di essere un consigliere comunale di Fratelli d’Italia,  di dare la cittadinanza onoraria ad Anna Vescovi non è una boutade elettorale. È l’occasione che Schio aspettava da sempre: quella di dimostrare che si può voltare pagina senza cancellare nulla, che la memoria può essere un ponte anziché un muro. Ma no, il sindaco Cristina Marigo e l’assessore Marco Gianesini hanno scelto la strada più facile: il rinvio, il “ne riparliamo”, il confronto con i soliti noti come se la città fosse loro proprietà privata.

Hanno tirato fuori il Patto di Concordia Civica del 2005, ma lo hanno usato come un paravento, non come una bussola. Perché questa è la verità: a Schio la politica non pacifica un bel nulla. Da una parte hai l’ANPI e il Coordinamento Antifascista che vedono fascisti anche nel gelato, dall’altra gruppi come Continuità Ideale che con le loro corone nostalgiche per la Repubblica Sociale buttano benzina sul fuoco. E in mezzo, un’amministrazione che non ha il coraggio per dire: “Basta. Anna Vescovi è un patrimonio di tutti, non di una parte”.

La verità è che Marigo e Gianesini hanno paura. Paura di scontentare l’ANPI, paura di passare per “fascisti” se riconoscono il valore di un gesto che trascende le etichette politiche. E così, nel tentativo di non scontentare nessuno, scontentano tutti. Compresa Anna Vescovi, che si ritrova ostaggio di una politica che non sa nemmeno riconoscere la grandezza quando ce l’ha davanti.

L’Eccidio di Schio non è un affare locale, è la metafora perfetta di questo Paese che non sa fare i conti con se stesso. Dove la memoria è sempre un’arma per regolare i conti, mai un’occasione per crescere. Dove la politica preferisce amministrare le divisioni anziché provare a sanarle. Anna Vescovi ha indicato la strada: il perdono, il dialogo, la dignità umana che vale più di ogni tessera di partito. Ma per seguirla ci vuole coraggio. E il coraggio, evidentemente, non è di casa a Schio.

Così la città resta ferma, intrappolata in un eterno 7 luglio 1945, mentre la politica si limita a gestire le commemorazioni senza mai provare a cambiare davvero le cose. E Anna Vescovi? Lei continua a dare lezioni di umanità a chi dovrebbe governare, ma preferisce nascondersi dietro il “ne riparliamo”. Che tristezza.

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