di Arrigo Abalti · Gennaio 24, 2026
Quando il Canada sfida il mondo: la “terza via” di Carney in un ordine globale in frantumi
Nel palcoscenico svizzero di Davos, dove ogni anno sfilano élite economiche e leader politici per dialogare di crescita, innovazione e sostenibilità, è avvenuto qualcosa di significativamente diverso nel gennaio 2026. Non un semplice discorso, ma una proiezione geopolitica di vasta portata, capace di mettere in discussione i paradigmi consolidati della politica internazionale.
A pronunciarlo non è stato un paese “minore”: è stato il primo ministro del Canada, Mark Carney, in un intervento che molti osservatori internazionali già definiscono tra i più importanti degli ultimi anni nei forum globali.
Carney ha tracciato un quadro netto: l’ordine internazionale basato sulle regole — quello che ha retto dall’esito della Seconda Guerra Mondiale fino alla fine del XX secolo — non è più un dato di fatto, ma una costruzione che si sta sfilacciando sotto i colpi delle rivalità tra le grandi potenze.
In poche immagini incisive — e tanto evocative — il premier canadese ha sintetizzato il nodo della questione: “se non sei al tavolo, sei nel menu”. Questa metafora, semplice ma tagliente, non è un vezzo retorico: è il cuore di una diagnosi che mette in discussione la narrativa dominante secondo cui i piccoli e medi Stati possono limitarsi a interpretare copioni scritti da altri.
E dietro c’è una constatazione altrettanto drastica: non è più realistico pensare che le regole prevalgano sempre sugli interessi, né che la cooperazione multilaterale possa blindare equilibri politici e commerciali quando la potenza economica si intreccia, sempre più spesso, con forme di coercizione economica e strategica.
Da qui la proposta: non una politica di rinuncia alla sovranità, ma un patto tra “potenze medie” per costruire insieme nuove forme di cooperazione strategica, emancipandosi dalla logica binaria di subordinazione alle grandi potenze e dalle dinamiche unilaterali che oggi condizionano le scelte globali.
Questo messaggio non è sfuggito nel dibattito post-Davos. Negli Stati Uniti, la reazione — concentrata soprattutto sulla distanza con l’amministrazione di Donald Trump — ha trasformato il discorso in un terreno di scontro diretto, con accuse recitate in tono persino provocatorio. Ma le reazioni in Europa e nel resto del mondo non sono state solo di circostanza: molti intellettuali e leader politici hanno visto nell’intervento canadese non il semplice richiamo a un multilateralismo idealizzato, ma l’esigenza di ripensare la densità delle alleanze, delle dipendenze commerciali e delle vulnerabilità strategiche.
La sfida che emerge da Davos 2026 è quindi duplice.
Da una parte c’è la consapevolezza che il modello di governance globale del secolo scorso si sta sgretolando sotto i colpi di dinamiche geopolitiche aggressive e imprevedibili. Dall’altra c’è l’invito — quasi un imperativo politico — perché quelle nazioni senza potere egemonico ma con risorse, valori e storie proprie, si organizzino non per seguire, ma per influenzare e proporre, attraverso nuove forme di cooperazione e solidarietà multilaterale.
In questo senso, il discorso di Carney non è soltanto un appello per il Canada o per i “middle powers”. È un monito per tutti: l’epoca in cui la tutela della sovranità era un lusso garantito da ordini istituzionali esterni è finita. La sfida oggi è costruire intrecci di potere e responsabilità che non dipendano solo da assetti preesistenti, ma dalla capacità di innovare alleanze, valori e strategie in un mondo in cui la competizione economica e geopolitica non conosce più frontiere nette.
Davos 2026 potrebbe essere ricordato, in prospettiva storica, non come un consueto frammento di annualità globale, ma come il punto in cui è stata formalmente enunciata una nuova visione dell’interdipendenza internazionale: non più come semplice network di accordi tra grandi giocatori, ma come rete intelligente e cooperativa tra chi — pur non essendo egemone — ha la volontà di modellare il futuro piuttosto che subirlo.
Intervento di Mark Carney
Primo Ministro del Canada
World Economic Forum – Davos
Grazie.
È un piacere, ma soprattutto un dovere, essere qui con voi in questo momento cruciale per il Canada e per il mondo.
Oggi voglio parlare di una rottura. Non di una transizione graduale, ma di una frattura vera e propria nell’ordine mondiale. Voglio parlare della fine di una storia rassicurante che ci siamo raccontati per decenni e dell’inizio di una realtà più dura, nella quale la geopolitica delle grandi potenze non è più sottoposta a vincoli né limiti.
Ogni giorno ci viene ricordato che viviamo in un’epoca di rivalità strategica. Che l’ordine internazionale basato sulle regole si sta sgretolando. Che i forti fanno ciò che vogliono e i deboli subiscono ciò che devono. Tucidide lo aveva scritto secoli fa, e oggi quel principio viene riproposto come inevitabile, come se fosse una legge naturale delle relazioni internazionali.
Di fronte a questa realtà, molti Paesi sono tentati di adattarsi, di accomodarsi, di conformarsi, sperando che la docilità garantisca sicurezza. Ma lasciatemi essere chiaro: non funzionerà.
L’ordine internazionale nato dopo la Guerra fredda non sta attraversando una semplice crisi. Ha subito una rottura. Le grandi potenze hanno iniziato a usare l’integrazione economica come un’arma, i dazi come leva politica, le infrastrutture finanziarie come strumenti di coercizione, le catene di approvvigionamento come vulnerabilità da sfruttare.
Non dobbiamo illuderci che questo ordine tornerà com’era. E non dovremmo nemmeno rimpiangerlo. La nostalgia non è una strategia.
Ma c’è un punto fondamentale che voglio sottolineare: le potenze di medio livello non sono impotenti. Paesi come il Canada non sono condannati a scegliere tra la resa e l’isolamento. Esiste una terza via.
Questa via inizia dall’onestà.
Dobbiamo smettere di fingere che un ordine globale fondato sulle regole possa proteggerci da solo. Dobbiamo smettere di credere che la semplice adesione a quei principi sia sufficiente a garantire la nostra sicurezza e la nostra prosperità.
Le nostre opzioni non sono la sottomissione o il ritiro. Le nostre opzioni sono la cooperazione, la determinazione e la costruzione di capacità interne per affrontare un mondo in cui il potere economico, tecnologico e geopolitico viene esercitato in modo sempre più esplicito.
Per questo il Canada sta perseguendo una strategia di cooperazione flessibile: coalizioni diverse per problemi diversi, costruite attorno a interessi e valori condivisi. Non alleanze rigide, ma convergenze funzionali. Non blocchi ideologici, ma cooperazioni concrete.
Dobbiamo agire insieme, perché se non siamo al tavolo delle decisioni, finiremo nel menu. Questa non è una battuta. È la realtà del mondo in cui viviamo.
Le potenze medie, se coordinate, possono esercitare un’influenza reale. Possono difendere la sovranità, l’integrità territoriale, i diritti umani, lo sviluppo sostenibile. Ma solo se investono nella propria resilienza, nella propria coesione interna e nella propria capacità di resistere alle pressioni esterne.
Il potere dei meno potenti comincia dal rifiuto dell’illusione. Dal riconoscimento che il mondo è cambiato. E dalla volontà di agire di conseguenza.
Questa è la strada che il Canada ha scelto.
Una strada aperta a chi non vuole dominare, ma nemmeno essere dominato.
Una strada aperta a tutti coloro che sono pronti a percorrerla insieme a noi.
Grazie.



