Senza Zaia, grazie. I Fratelli d’Italia e l’arte sottile del dire no con il sorriso

di Arrigo Abalti · Luglio 7, 2025

A Mestre vanno in scena Speranzon e De Carlo: nessuna lista col nome dell’ex, candidato si sceglie a settembre. La Lega? Che decida. Intanto, i meloniani si allenano all’ironia. E mandano un messaggio chiaro: qui si fa il Veneto o si muore demoleghisti

 

Mestre, Hybrid Tower, pomeriggio assolato e aria condizionata accesa. Si parla di turismo – almeno in scaletta – ma in realtà è la politica che fa turismo su se stessa. A prendere la parola sono due Fratelli d’Italia di peso, Raffaele Speranzon e Luca De Carlo, e la scena diventa subito un piccolo teatro delle cortesi provocazioni. Il bersaglio? Neanche a dirlo: Luca Zaia.

L’uomo del consenso, il presidente che non può ricandidarsi ma non smette di far politica, oggi ha un problema: non tutti vogliono portarlo in lista. Anzi, Fratelli d’Italia dice no grazie. Con il garbo dell’Accademia della Crusca e la freddezza di un esattore delle tasse.

«Mai vista una lista con il nome di un ex presidente», dice Speranzon, vicecapogruppo FdI in Senato. Toni gentili, mimica eloquente. Il sottotesto? Un “anche basta” scritto a lettere maiuscole

L’arte della risposta elegante

Zaia, giorni fa, aveva lanciato il sasso: una lista personale, parallela a quella della Lega, per contare di più, per esserci ancora, per ricordare che lui, in fondo, è sempre lui. Ma FdI non si emoziona. De Carlo, coordinatore regionale, è l’uomo delle risposte dosate: «Deciderà il segretario della Lega. Io organizzo le liste di Fratelli d’Italia. E, se il candidato sarà nostro, ci sarà la lista del presidente».
Sottotitolo non detto: del presidente in carica, non del presidente a riposo.

Poi arriva il colpo di fioretto. «Una lista col nome di un altro, di uno che non è il candidato? Non si è mai vista», ripete Speranzon. Sembra la risposta a un’idea bizzarra, tipo fare un film con il titolo dell’attore che non recita. Un po’ come chiamare un ristorante “Da quello che ci stava prima”.

Quando si vota? Boh. Lo dica Zaia

De Carlo e Speranzon, però, non si limitano a dire no. Si tolgono anche qualche soddisfazione. Come quando fanno notare – con tono da studenti diligenti che aspettano il professore – che Zaia non ha ancora fissato la data delle elezioni.
«Non sappiamo nemmeno quando si voterà», dice Speranzon.
E De Carlo rincara: «Solo quando sarà individuata la data, si potrà individuare il candidato».
Un’annotazione da calendario, che sa di messaggio: presidente, decida. O ci pensiamo noi.

L’election day sarebbe l’ideale, aggiungono, così si risparmia. Ma la decisione, ricordano con un tocco di ironia, spetta alle Regioni. Una gentile pressione travestita da collaborazione istituzionale.

Uniti si vince. Divisi si sbaglia (e Zaia ascolti)

C’è però un punto su cui tutti sembrano d’accordo. L’unità della coalizione. Lo dicono con la convinzione di chi ha imparato la lezione. «Dove il centrodestra si è presentato spaccato, come a Verona o a Vicenza, non ha fatto bella figura», ricorda De Carlo. Speranzon conferma: «È quello che ci chiedono i veneti».

Qui, tra le righe, c’è forse il messaggio più politico di tutti. Non c’è spazio per fughe solitarie. Né per nostalgie identitarie. La lista Zaia, per FdI, è una deviazione dal tracciato. Una scorciatoia che non porta da nessuna parte.

E così, pur con il sorriso, i Fratelli mandano un segnale chiaro: qui si gioca a carte scoperte. Il candidato si deciderà a settembre. E, come dice Donzelli, niente polemiche. «Che vinca il migliore», si limitano a dire, come in una puntata educata di Porta a Porta.

Conclusione: il galateo del potere

La partita per il Veneto è appena cominciata, ma già si capisce chi ha il pallino in mano. FdI non alza la voce, ma fa capire che comanda. Non insulta, ma suggerisce. Non esclude, ma detta le regole.

Zaia, con la sua lista, sembra voler ricordare che il Veneto è anche roba sua. Fratelli d’Italia, però, gli fa notare che le regole del gioco sono cambiate. E che il prossimo giro non si gioca sul carisma, ma sulla regia.

Un vecchio trucco da Prima Repubblica: fermare un avversario con le buone maniere. Funziona sempre. Soprattutto in Veneto, dove le cose si fanno in silenzio. Ma si fanno.

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