Stallo alla messicana

di Arrigo Abalti · Luglio 9, 2025

Nel triello veneto del centrodestra, la pistola ce l’hanno tutti. Ma chi ha davvero i proiettili?

 

Nel film cult di Sergio Leone, Il buono, il brutto e il cattivo, tre uomini si fronteggiano in un camposanto polveroso, le dita a pochi centimetri dal calcio della pistola. Nessuno osa sparare per primo. È il momento sospeso prima dello scontro. Una scena che somiglia molto a ciò che sta accadendo nel centrodestra veneto.

Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si fissano negli occhi, nessuno arretra, nessuno spara. Ma tutti sanno che alla fine uno solo resterà in piedi. E non sarà per una trattativa gentile, ma per eliminazione.

Fratelli d’Italia gioca come Clint Eastwood: silenzioso, concentrato, apparentemente immobile. È il partito che governa da Roma, che ha la forza della centralità e delle alleanze, ma che nel Veneto non ha ancora fatto la sua mossa. Aspetta che gli altri si consumino. Sa che nel gioco lungo dell’attesa si può perdere l’appoggio degli alleati, ma anche guadagnare il momento decisivo. E soprattutto sa che, alla fine, se nessuno vince, decide Palazzo Chigi.

La Lega, invece, ha scelto la tattica del rumore. Come Tuco/Eli Wallach, agita la scena politica, convoca i suoi sindaci,  sbandiera percentuali da capogiro per una eventuale lista Zaia – 40, 45, 50% – ma senza mai confermare davvero la candidatura del Presidente. Sembra più un rilancio da pokeristi, che una strategia reale. Serve a guadagnare tempo, a tenere bloccato il tavolo, forse anche a confondere le carte. Ma ogni bluff ha una scadenza. nel frattempo Alberto Stefani invita tutti a restare calmi e tenere unita la coalizione.

E poi c’è Forza Italia, che nel film sarebbe il “cattivo” solo per esclusione, ma nella realtà gioca da terzo incomodo determinato. Esclusa dalla Giunta Zaia dall’inizio alla fine della legislatura. E lo ha fatto capire bene Antonio Tajani, che non ha lasciato equivoci: ha detto chiaramente che il miglior candidato per guidare il Veneto ce l’ha lui, e si chiama Flavio Tosi. Una mossa che manda segnali non solo agli alleati, ma anche ai centristi e ai mondi civici, quelli che in Veneto decidono ancora molte cose. È la carta del leader moderato, esperto, in grado di tenere insieme anime diverse. Una carta che Forza Italia è pronta a calare se il duello tra Lega e FdI finisse in un nulla di fatto.

Il paradosso è che tutti i partiti parlano di coalizione, ma ognuno gioca le sue carte in solitaria. La Lega è chiusa nella difesa del fortino, con Zaia che più che candidato sembra essere diventato l’alibi. FdI, che ha più da guadagnare, si muove con prudenza chirurgica. Forza Italia, che ha poco da perdere, agita la scacchiera proponendo nomi forti e parole nette.

E mentre si parla di strategie, la realtà politica è ferma. Lo stallo dura da settimane. Nessun nome, nessuna regia, nessun accordo. Ma intanto il tempo corre, e le scadenze si avvicinano. Se nessuno si muove, decideranno a Roma. O peggio ancora, il centrodestra potrebbe arrivare spaccato alla vigilia delle elezioni. Sarebbe l’epilogo peggiore: la guerra di tutti contro tutti.

Perché alla fine, nel triello, vince chi ha capito che gli altri hanno il caricatore scarico. E nel silenzio che cala prima dell’ultimo sparo, spesso è il più paziente a chiudere la partita.

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