Stefani e la presa d’atto che cambia il racconto

di Arrigo Abalti · Febbraio 16, 2026

La politica non dice mai tutto. Ma lascia spesso le impronte digitali. E nelle parole di Alberto Stefani, più che nelle intenzioni, ci sono tutte

 

Quando un presidente appena eletto afferma che “le priorità sono sanità e sociale”, quando parla di Ipab da riformare, di task force per coordinare le Case della comunità, di strutturarsi finalmente per affrontare l’invecchiamento, non sta solo indicando un programma. Sta ridefinendo il perimetro del giudizio. Perché le emergenze che cita non sono nate ieri.

Il Veneto è una delle regioni più anziane d’Italia da almeno un decennio. Le Case della comunità sono figlie del Pnrr, finanziate e progettate nella legislatura precedente. Il sistema Ipab è oggetto di discussione da anni. Le fragilità territoriali non sono un’invenzione dell’ultima campagna elettorale. E allora perché oggi diventano asse politico?

Perché cambia la lente. La lunga stagione precedente ha costruito il proprio consenso su un modello di eccellenza amministrativa. Indicatori Lea sopra la media, bilanci in equilibrio, sanità “benchmark” nazionale. Una narrazione potente, che ha funzionato politicamente. Ma ogni modello produce anche zone d’ombra: ciò che non rientra nel racconto resta sullo sfondo. L’assistenza territoriale. Il coordinamento tra sanitario e sociale. L’invecchiamento strutturale. La manutenzione del sistema. Stefani non attacca quel passato. Lo supera per sottrazione. Non dice che è stato trascurato. Dice che ora è prioritario. Ed è un passaggio che pesa. Perché la priorità non è mai neutra: segnala ciò che prima non occupava il centro.

Il messaggio implicito è che la fase dell’autocelebrazione non basta più. Che la gestione ordinaria, per quanto efficiente, non intercetta il malessere diffuso. Che l’orgoglio identitario della “sanità modello” deve lasciare spazio a una realpolitik più esigente. Non è una rottura ideologica. È una revisione strategica. E in questo c’è un elemento di maturità politica. Perché Stefani governa con la stessa maggioranza che ha governato prima. Non può costruire consenso sulla demolizione. Deve costruirlo sulla presa d’atto.

Il punto non è se prima si sia fatto male. Il punto è che il ciclo si è chiuso. Il Veneto del 2026 non è quello del 2016. La demografia ha cambiato l’agenda. Le aspettative dei cittadini sono meno indulgenti verso le narrazioni e più concentrate sull’esperienza quotidiana dei servizi. Quando un presidente sposta il baricentro dal primato alla fragilità, sta dicendo che la fase della performance è stata sostituita dalla fase della manutenzione profonda. E questa è una scelta politica.

Perché riconoscere che serve una task force per coordinare significa ammettere che il coordinamento non è stato sufficiente. Parlare di riforma significa ammettere che il sistema non è più adeguato. Mettere al centro il sociale significa che finora il sanitario ha occupato la scena. Non è una critica esplicita. È un cambio di paradigma.

Ora la questione è un’altra: se questa presa d’atto resterà dentro il linguaggio o diventerà redistribuzione reale di risorse, potere e priorità.

Perché una cosa è certa: quando la politica smette di raccontarsi come eccellenza e inizia a parlare di criticità strutturali, significa che ha capito che il consenso non si difende con la memoria. Si costruisce sul futuro.

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