Le primarie sono morte e al funerale non si è presentato nessuno

di Arrigo Abalti · Agosto 18, 2026

Le primarie sono morte e al funerale non si è presentato nessuno. Non i parenti, non gli amici, non i testimoni di nozze. Nessuno. Nemmeno quelli che le avevano inventate, benedette, portate in processione come la reliquia di un santo di provincia: guardate, toccate, questa è la democrazia che si fa carne, questa è la base che parla, questo è il popolo che sceglie. Il popolo scelse. Poi il popolo fu pregato gentilmente di accomodarsi.

C’è una lettura nobile del tramonto, e conviene metterla in fila subito, perché è quella che fa più impressione. Dice: anche il centrosinistra si è arreso. Dice: il virus della leadership carismatica, quello che per vent’anni è stato diagnosticato agli altri con il ditino alzato — l’uomo solo al comando, il partito personale, il capo che è il partito e il partito che è il capo — quel virus ha attraversato il cordone sanitario e adesso è di casa anche tra le anime belle del centrosinistra. La destra ha il capo e noi avevamo il metodo. La destra ha il consenso e noi avevamo la procedura. Adesso non abbiamo più nemmeno la procedura, e il capo lo scegliamo come lo scelgono loro: si presenta, e chi c’era c’era.

Suggestiva. Un po’ troppo elegante, però. Le tesi eleganti hanno il difetto di far sembrare tragedia quello che è, più prosaicamente, calcolo.

Perché la spiegazione vera, quella che non si scrive nei documenti congressuali ma si dice nei corridoi e nei bar, è più piccola e più antica: paura. Paura di misurarsi con il proprio popolo. Paura di scoprire quanto è piccolo, quel popolo, quando lo si conta davvero. E soprattutto paura delle divisioni, che in politica italiana non si superano mai davvero: maturano, invecchiano in botte, e si presentano puntuali alle urne travestite da vendetta.

Perché le primarie, a guardarle bene, sono un’operazione a cuore aperto che il partito si fa in piazza: da sveglio, senza anestesia, con i passanti invitati a reggere i ferri e i giornalisti a fotografare la ferita. Finché il paziente non si guarda dentro, tutto tiene. Ma appena si guarda dentro vede quanto è smagrito il muscolo, quante coronarie sono chiuse da ruggini di vent’anni, e capisce una cosa in più: che il chirurgo alla sua destra vorrebbe il suo posto e quello alla sua sinistra vorrebbe la clinica. Dall’operazione si esce quasi sempre vivi. Non si esce mai indenni, e non si perdona nessuno.

Non serve andare a Roma per verificarlo. Guardiamo nel cortile di casa.

Vicenza, 2018. Dieci anni di Variati stanno finendo e il centrosinistra fa la cosa giusta, la cosa bella, la cosa che si racconta ai nipoti: apre i gazebo. Si misurano tre nomi veri — Giacomo Possamai, Otello Dalla Rosa, Jacopo Bulgarini D’Elci. Tre storie, tre pezzi di città, tre modi di intendere l’eredità. Vince Dalla Rosa. Applausi, fotografie, “adesso siamo più forti perché ci siamo contati”. Poi arrivano le comunali e Dalla Rosa perde contro Francesco Rucco.

E qui viene il punto che nessuno mette per iscritto e tutti hanno pensato: quanti, tra quelli che erano andati a votare alle primarie, si sono poi impegnati davvero? Con quel supplemento di fatica, di telefonate, di scale condominiali, di sabati pomeriggio buttati, che è l’unica valuta che conta in una campagna elettorale? Il sospetto resta. Non è una prova, è un sospetto: ma è di quelli che nel centrosinistra si conservano bene, come le conserve in cantina, e si tirano fuori d’inverno.

Vicenza, 2023. Possamai non convoca nessun gazebo. Si candida. Punto. E il centrosinistra non fiata, perché è ancora indolenzito dal 2018, ha il torcicollo di chi si è girato a guardare il proprio cadavere. E Possamai vince.

Quindi? Quindi i fatti stanno con i cinici, e bisogna avere l’onestà di dirlo. Le primarie dividono. Le divisioni si pagano. Chi le ha evitate ha vinto, chi le ha fatte ha perso. In un partito che ha imparato a leggere solo il risultato dell’ultima riga, questa è una dimostrazione matematica, e su questa dimostrazione si sta costruendo un’intera dottrina del silenzio: si decide in tre, si annuncia in cinque, si obbedisce in mille, e si chiama unità.

Epperò.

Epperò nel 1751, alla voce *Autorité politique* dell’*Encyclopédie* — pagina uscita anonima e che la tradizione consegna a Diderot — c’è una riga che dovrebbe stare incisa sopra ogni gazebo smontato: nessun uomo ha ricevuto dalla natura il diritto di comandare agli altri. Non è slancio retorico, è un teorema. E subito dopo l’enciclopedista fa la cosa che nessuno fa più: elenca le sole due sorgenti possibili dell’autorità. La forza di chi se l’è presa; oppure il consenso di chi ha accettato di consegnarla, per contratto. Non c’è una terza voce. Non esiste la voce «equilibri». Non esiste la voce «riunione della segreteria». Non esiste la voce «abbiamo deciso noi perché era meglio per tutti».

E c’è il dettaglio che ci riguarda più di ogni altro, quello che Diderot infila alla fine come una mina sotto il trono: quel consenso non si versa una volta per sempre. La nazione resta padrona del patto, e quando il patto non tiene più rientra in pieno diritto di rifarlo da capo, con chi vuole e come vuole. Non era un mistico della base, Diderot: era uno che classificava il mondo per mestiere, uno che alla voce «autorità» avrebbe potuto scrivere qualunque cosa. Trovò soltanto questo. Un prestito. Revocabile. Con la data di scadenza stampata sopra.

Le primarie erano esattamente quello: la clausola di rinegoziazione. Adesso la clausola è saltata, la data di scadenza l’abbiamo raschiata via dall’etichetta come si fa con lo yogurt nei frigoriferi delle mense, e delle due sorgenti ci resta soltanto l’altra. Non la violenza, per carità: qui siamo gente perbene, si cammina sulla moquette. Ma la forza di chi il posto lo ha preso perché era in piedi al momento giusto, nella stanza giusta, con il telefono in mano.

Epperò per un democratico sincero — categoria residuale, ormai da tutelare come le api — le primarie non erano un espediente organizzativo da valutare a consuntivo. Erano *lo* strumento: l’unico in cui il leader lo scegli tu, direttamente, senza la mediazione dei vertici, senza il verbale, senza la stanza, senza il tavolo, senza la fumata. Uno strumento imperfetto, chiassoso, esposto ai furbi e ai pullman: come tutti gli strumenti democratici, del resto, che sono sempre più sporchi dell’alternativa e sempre meno pericolosi.

Il calcolo dice che senza primarie si vince di più. Probabilmente è vero. La democrazia interna, intanto, è diventata un arto fantasma: non c’è più, e continua a far male. Ma è un vincere che somiglia sempre di più a quello degli avversari, e a un certo punto qualcuno dovrà spiegare che cosa resta di una differenza quando hai adottato il metodo di chi dicevi di combattere.

Noi, testardi, continuiamo a credere che le primarie fossero la democrazia. E che la democrazia, anche nel centrosinistra, l’abbiamo mandata in vacanza. Con il biglietto di sola andata e la raccomandazione di non telefonare.

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