di Arrigo Abalti · Dicembre 14, 2025
Una giunta che parla padovano: quando la geografia diventa grammatica del potere
Alberto Stefani ha presentato la sua giunta regionale con il tono di chi sa di aver vinto due volte: alle urne e nei corridoi. Sette uomini, tre donne, due “delegate”, una geografia che racconta più di qualsiasi programma. Questa non è solo una squadra di governo: è una mappa del nuovo potere del Veneto. E come tutte le mappe, rivela chi sta al centro e chi ai margini, chi decide e chi ratifica, chi conta davvero e chi deve accontentarsi di esserci.
Padova domina. Non come prepotenza, ma come evidenza. Il territorio che ha consegnato il mandato a Stefani si ritrova al centro di tutto: sanità, Infrastrutture, Sociale, Attività Produttive, Urbanistica, le deleghe che pesano. Gli altri ruotano, necessari ma periferici, presenti ma non determinanti. È la politica che si trasforma in sistema: chi ti ha voluto avrà voce, chi ti ha dato fiducia avrà potere.
Ma questa giunta è qualcosa di più di una squadra: è il titolo finale di un’epoca. La chiusura di un ciclo, quello di Zaia, e l’apertura di un racconto nuovo, con grammatica e sintassi diverse. È il momento in cui il Veneto smette di parlare zaiano e comincia a declinare stefaniano.
La fine dello Zaiastan: quando un’epoca si chiude tra i velluti
Luca Zaia non è stato sconfitto. È stato parcheggiato. Nel lusso della presidenza del consiglio regionale, un ruolo di rappresentanza che suona come una panchina di velluto per chi ha governato il Veneto per quindici anni. Ma i rumors raccontano un’altra storia: a maggio potrebbe diventare sindaco di Venezia, o — come sussurrano nei corridoi che contano — presidente dell’ENI.
Non importa quale sarà la sua destinazione. Conta il messaggio: il ciclo di Zaia è chiuso. Lo Zaiastan, quella forma di governo basata sulla prossimità emotiva, sul riconoscimento continuo, sulla capacità di far sentire ogni elettore parte di una comunità più grande, appartiene al passato. Era un modello efficace, forse il più efficace che il Veneto abbia mai conosciuto. Ma era il modello di Zaia, non della Lega. E quando un leader diventa più grande del partito, prima o poi il partito decide che è ora di voltare pagina.
Stefani ha capito la lezione del suo predecessore e l’ha tradotta in chiave padovana. Ha ristretto il cerchio: non più il Veneto come grande famiglia allargata, ma Padova come casa madre da cui tutto si irradia. Non è clientelismo o peggio, campanilismo d’accatto — sarebbe troppo semplice chiamarlo così. È qualcosa di più sottile: riconoscimento istituzionalizzato. Il messaggio implicito suona così: “Padova è al centro della geografia veneta, Treviso è stata un’anomalia”.
Il nuovo racconto: grammatica e sintassi del potere stefaniano
Ma chiudere un ciclo non basta. Serve aprirne uno nuovo. E questa giunta è esattamente questo: un nuovo racconto, con regole diverse. Non più la leadership carismatica che abbraccia tutti, ma la leadership tecnica che dimentica la postura istituzionale della stretta di mano ed è ben pennellata negli abbracci e nei baci emozionati della presentazione alla stampa – appunto altro stile, altra grammatica – ma seleziona. Non più il governo dell’inclusione emotiva, ma il governo del controllo razionale mentre ti abbraccia e ti bacia. Non più Zaia che accompagna, ma Stefani che amministra con te.
È un cambio di paradigma che si legge in filigrana nelle nomine. La Lega si riposiziona: fuori i zaiani storici come Elena Brescacin, che minaccia di restituire la tessera. Dentro i fedelissimi del nuovo corso come Paola Roma (assessore al Sociale e Sport). Non è un avvicendamento tecnico, è un cambio di guardia. È il messaggio che dice: il tempo di Zaia è finito, è cominciato quello di Stefani. E chi non si adegua, resta fuori.
Fratelli d’Italia: il derby perso con il Carroccio
Fratelli d’Italia entra in giunta. Porta Dario Bond da Belluno (Agricoltura e Caccia) e Valeria Mantovan da Rovigo (Formazione e Cultura). Due territori che insieme fanno meno di un terzo del peso elettorale e della forza economica di Vicenza. E Rucco (ex sindaco di Vicenza ed ex Presidente della Provincia, che ha battuto tutti i big come Sergio Berlato e Joe Formaggio) resta parcheggiato in attesa che Zaia stacchi il biglietto per altri approdi, per succedergli. Vedremo. Ma il punto non è la geografia, è la sostanza politica. E la sostanza è che Fratelli d’Italia, pur essendo il primo partito a livello nazionale, in Veneto non riesce a sfondare nel derby con la Lega.
Non solo nei numeri — che pure contano — ma da ieri, soprattutto nel peso politico. Agricoltura e caccia a Bond, formazione e cultura a Mantovan, bilancio a Filippo Giacinti, turismo e lavoro a Lucas Pavanetto, trasporti e mobilità a Diego Ruzza. Deleghe importanti certo, ma non determinanti nel sistema di potere del Veneto. Nessuna delega che muova davvero risorse, che incida davvero sulla vita delle persone, che costruisca davvero consenso. La cassaforte resta saldamente nelle mani di Stefani: sanità, sociale, sviluppo economico, infrastrutture, urbanistica. Tutto in mano alla Lega.
Fratelli d’Italia può vantare la presenza, ma non il peso. Può dire “ci siamo”, ma non “contiamo”. È la differenza tra essere in giunta e governare davvero. E questa differenza, in politica, è tutto.
Forza Italia: il partito che non vede palla
E poi c’è Forza Italia. Che nella partita vera non vede nemmeno palla. Presente per non rompere la coalizione, assente quando si tratta di decidere davvero. È la testimonianza vivente di un tempo che fu, quando il centrodestra veneto si chiamava in un altro modo e i rapporti di forza erano diversi.
Oggi Forza Italia è finalmente tornata nell’esecutivo con Elisa Venturini che ha vinto il braccio di ferro con Roberto Rigoni Stern e sarà a capo di ambiente e protezione civile, la poltrona che fu di Bottaccin. Una delega che sembra una polpetta avvelenata, ma che potrebbe rivelare invece la koinè dei padovani – perchè anche Elisa lo è, come Alberto Stefani, come Massimo Bitonci. Stefani gli concede lo spazio per dire “siamo una coalizione”, ma non un millimetro di più. È la geometria perfetta della spartizione: dare abbastanza per tenere dentro, non abbastanza per far contare.
Taglia e cuci: il capolavoro tattico di Stefani
Dal punto di vista della geografia di coalizione e interna alla Lega, Stefani ha fatto un capolavoro. Un’opera di taglia e cuci che tiene insieme pezzi apparentemente incompatibili: Padova e Treviso, i fedeli e i sacrificati, i territori forti e quelli periferici, gli alleati da accontentare e quelli da marginalizzare.
Francesco Rucco fuori per non far entrare Berlato. Alessia Bevilacqua che cambia idea nella notte e fa scattare Venturini al posto di Rigoni per questioni di quote rosa. Brescacin epurata a favore di Roma. Bassano che perde sanità e formazione e guadagna Morena Martini consigliera delegata ai Giovani. Belluno e Rovigo che, insieme, hanno meno di un terzo degli abitanti e del peso economico di Vicenza, incassano rappresentanza nell’esecutivo. Fratelli d’Italia dentro ma ridimensionata. Forza Italia presente ma invisibile rispetto all’influenza veronese di Flavio Tosi.
Ogni pezzo ha un senso. Ogni scelta risponde a una logica. Non solo la logica della rappresentanza territoriale, ma soprattutto quella del controllo politico. Non solo la logica del merito, ma soprattutto quella degli equilibri. È la politica come geometria: non conta quanto sei bravo, conta dove ti metti nel disegno complessivo.
L’incognita Gerosa: quando la competenza tecnica incontra la politica
E poi c’è l’incognita. Quella che potrebbe cambiare tutto o non cambiare niente: Gino Gerosa, cardiochirurgo di grandissimo prestigio professionale, nuovo assessore alla sanità. Una scelta tecnica in un contesto politico. Un nome che porta credibilità, ma anche rischi.
Gerosa ha le competenze per riportare il sistema sanitario veneto ai fasti del passato. Ha l’autorevolezza per farsi ascoltare. Ma ha anche un rischio: è un tecnico in mezzo ai politici. Dovrà misurarsi con i corridoi, con i rapporti di forza, con chi ha alle spalle anni di militanza che garantiscono protezione quando arrivano le prime difficoltà.
E le difficoltà arriveranno. Perché la sanità è la delega più esposta, quella dove ogni decisione scontenta qualcuno, dove ogni riforma produce resistenze, dove i dossier sul tavolo sono complessità pronte a esplodere. Liste d’attesa, carenza di personale, riorganizzazione territoriale, rapporto pubblico-privato: sono tutte partite complesse che richiedono non solo competenza tecnica, ma anche capacità politica.
Gerosa ce l’ha? Lo scopriremo. È pur vero che la sanità è probabilmente il settore amministrativo della Regione più politicizzato in assoluto, quindi chi lo abita, come Gerosa, qualche assaggio nel suo percorso l’avrà sicuramente avuto. Per ora l’immagine è perfetta: il professore di prestigio chiamato a salvare la sanità veneta. Ma tra l’immagine e la sostanza amministrativa c’è una distanza che si misura in dossier, conflitti, mediazioni, resistenze. I primi mesi saranno il test. Ci auguriamo che il professor Gerosa sia un assessore alla sanità al livello del suo curriculum professionale. Difficile faccia peggio di chi lo ha preceduto. In ogni caso nei prossimi mesi scoprirà — come molti tecnici prima di lui — che in politica la competenza non basta e dovrà imparare in fretta.
La notte degli equilibri: quando la politica diventa azzardo
Ma è nelle pieghe, nei dettagli non detti, nelle trattative notturne che si legge la vera natura di questa giunta. Francesco Rucco, primo a Vicenza per FdI, figura di peso, esperienza amministrativa consolidata, consenso territoriale: fuori. La motivazione ufficiale non c’è. Quella ufficiosa è ancora più eloquente: se Rucco entra, Sergio Berlato deve entrare. E se Berlato entra, gli equilibri saltano.
La matematica del potere è spietata: non puoi avere tutto. Quando devi scegliere tra competenza e controllo, vince sempre il controllo. Meglio lasciare fuori un pezzo di Vicenza che aprire una crepa negli equilibri interni. Meglio perdere la rappresentanza di un territorio che rischiare di perdere la maggioranza.
E poi c’è la notte di Alessia Bevilacqua Bevilacqua. Nel gergo politico si chiama “ripensamento”, ma nella sostanza è il momento in cui capisci che il prezzo da pagare è troppo alto. Bevilacqua aveva detto sì. Poi, in una notte — quella notte che in politica può durare un’eternità — ha detto no. O forse qualcuno gli ha spiegato che il suo “sì” avrebbe aperto la strada all’azzardo. E l’azzardo, in una giunta che deve durare cinque anni, non se lo può permettere nessuno. E poi c’è un’altra versione, quella che dice che Marco Zecchinato fosse più gradito da Stefani. Ma sono sicuramente i soliti veleni della politica….
Le geometrie impossibili: quando Belluno e Rovigo pesano più di Vicenza
C’è un dato che fotografa meglio di ogni altra cosa la logica di questa giunta: Fratelli d’Italia porta in giunta Belluno con Dario Bond e Rovigo con Valeria Mantovan. Due territori che insieme restano marginali rispetto al peso elettorale e alla forza economica di Vicenza. Eppure sono dentro. Vicenza è fuori.
Non è una questione di merito. È una questione di equilibri. Soprattutto di equilibri dentro Fdi. Bond e Mantovan rappresentano una certa quota di Fratelli d’Italia, e il prezzo da pagare per tenere insieme l’arcipelago meloniano. Vicenza, che pure ha dato più voti, più consenso, più forza alla coalizione, si ritrova sacrificata sull’altare degli equilibri ad excludendum, quella di chi deve evitare che scatti il primo dei non eletti. È la geografia degli equilibri interni che prevale sulla geografia della politica e della rappresentanza. È il peso degli accordi che schiaccia il peso dei territori.
Treviso: l’epurazione silenziosa e l’ascesa di Paola Roma
A Treviso si consuma un’altra storia. Sonia Brescacin, figura zaiana, legata al vecchio corso, minaccia di restituire la tessera della Lega. Al suo posto entra Paola Roma, data come affiliata al nuovo corso di Alberto Stefani. Non è un avvicendamento tecnico, è un cambio di guardia. È il messaggio che dice: il tempo di Zaia è trascorso, è cominciato quello di Stefani. E chi non si adegua, resta fuori.
Flavio Tosi e il sacrificio di Rigoni Stern: quando Verona paga il conto
Flavio Tosi, sindaco storico di Verona, europarlamentare e coordinatore regionale degli azzurri, si ritrova superato da Elisa Venturini nella notte prima degli esami. Il suo candidato, Roberto Rigoni Stern, sindaco di Asiago, resta fuori. Non per mancanza di competenza, ma per eccesso invasione di campo, pare, addirittura di Tajani. Tosi è un nome che pesa, che porta consenso ma anche autonomia. E l’autonomia, in una giunta costruita sul controllo, è un rischio.
Così Rigoni Stern viene sacrificato. E Tosi riparte dal consiglio (dove resta perchè pare che lasci Bruxelles), pronto a dare battaglia, in attesa di tornare a fare il sindaco.
Bassano: l’ottava provincia che perde due assessori
E poi c’è Bassano. L’ottava “provincia” del Veneto. Un territorio con 120mila abitanti, un tessuto economico rilevante, una storia politica importante. Cinque anni fa aveva due assessorati di peso: sanità con Manuela Lanzarin di Rosà, formazione e lavoro con Elena Donazzan di Pove del Grappa. Oggi si deve accontentare di una consigliera delegata.
Bassano viene valorizzata con Morena Martini, da ieri consigliera delegata alla Partecipazione Giovanile. La città del ponte perde due assessorati di peso e guadagna una delega di rappresentanza. È il declassamento mascherato da riconoscimento. È la politica che ti dà visibilità ma ti nega potere.
Dal disegno alla prova dei fatti
Questa giunta è un esercizio di equilibrio politico quasi perfetto. Dal punto di vista della costruzione, del taglia e cuci degli equilibri, della gestione delle correnti interne ed esterne, Stefani ha dimostrato capacità amministrativa e visione strategica. Ha chiuso il ciclo di Zaia con rispetto istituzionale. Ha riposizionato la Lega sul territorio. Ha costruito una geografia del potere coerente con i rapporti di forza della coalizione, nonostante gli accordi pre elettorali fossero tutti a vantaggio di FdI ed ha saputo rovesciare i pesi con il guanto di velluto.
Ora comincia la parte più difficile: trasformare questa architettura politica in governo concreto. Perché tra il disegno e l’amministrazione quotidiana c’è una distanza che si misura in scelte concrete, in dossier da chiudere, in problemi da risolvere. La sanità con Gerosa, l’ambiente, lo sviluppo economico, la gestione dei fondi europei, le infrastrutture: sono tutte partite complesse che richiederanno competenza, mediazione, capacità di ascolto.
Il Veneto si aspetta di vedere la squadra al lavoro. Sulle liste d’attesa che continuano ad allungarsi. Sulla carenza di medici e infermieri. Sulla transizione ecologica che non può più essere rimandata. Sullo sviluppo economico che deve trovare nuove strade. Sui giovani che scelgono di andarsene. Sui territori che rischiano di restare indietro. Sulle case di riposo che scoppiano e su una riforma delle IPAB che giace nei cassetti da dieci anni.
Stefani ha costruito una squadra. Adesso quella squadra deve giocare la partita. E la partita si vince sul campo. Con le decisioni che prenderà, con le riforme che saprà realizzare, con la capacità di trasformare gli equilibri politici in servizi per i cittadini.
Il Veneto guarda questa giunta con un misto di aspettativa e curiosità. Aspettativa per le competenze dichiarate. Curiosità per vedere se saprà trasformare la perfetta geometria degli equilibri in governo efficace.
La risposta, come sempre in politica, la darà il tempo. E il lavoro.



