di Arrigo Abalti · Settembre 23, 2025
I 6×3 comparsi oggi nel Veneto rassicurano i militanti ma non sciolgono l’ambiguità: Zaia capolista o padre nobile? Tra autonomia, Salvini e Vannacci, la Lega rischia di restare senza identità
Il manifesto di Luca Zaia che apre la campagna elettorale in Veneto sembra, a prima vista, un atto di fedeltà: volto sorridente, slogan rassicurante, simbolo della Lega. “Veneto, sempre! L’impegno continua”. È la narrazione della continuità, il tentativo di trasformare la durata in destino. Ma sotto la patina rassicurante si nasconde l’ambiguità politica più grande della stagione che si apre.
Perché quel “sempre” non dice se Zaia sarà il capolista della Lega in tutte le province, impegnato a trascinare il partito con il suo nome, o se si limiterà al ruolo del padre nobile, icona dei successi passati di un movimento che oggi sembra più in cerca di autore che di consenso. Una versione veneta del culto della personalità a cui il governatore ci ha abituati da tempo.
La domanda è sempre la stessa: la Lega è Zaia, o Zaia è la Lega? Perché se la prima ipotesi regge, allora il manifesto è un’investitura. Se vale la seconda, invece, il manifesto somiglia più a un testamento politico: il tentativo di consegnare un’eredità a un partito che non sa più cosa vuole essere.
E qui sta il vero nodo. Da un lato il mantra dell’autonomia, cavallo di battaglia della Liga veneta, in predicato da decenni. Dall’altro la deriva populista di Salvini, che oscilla tra battaglie identitarie e alleanze improvvisate. Sullo sfondo, il machismo di Vannacci e il suo “mondo al contrario”, che sembra incompatibile con la prudenza da amministratore del governatore veneto.
Zaia, che dopo il covid ama rappresentarsi come intellettuale oltre che governatore, ha provato a importare nel dibattito italiano la suggestione del vecchio modello bavarese: una Cdu regionale forte e autonoma, capace di coesistere con il partito nazionale. Un’idea che nella Democrazia Cristiana della Prima Repubblica aveva avuto il suo fascino e che oggi vorrebbe rivendere riveduto e aggiornato in salsa veneta. Ma il problema è semplice anche se non lo si vuole ammettere: nella Lega non c’è spazio per tre dottrine che si escludono a vicenda. È difficile immaginare nello stesso contenitore la linea filo-Putin, la moderazione bavarese e la radicalità di Vannacci.
Così il manifesto, più che aprire una campagna, apre un interrogativo: “Veneto, sempre” significa continuità o resa?. È la promessa di un nuovo inizio o il sipario di un ciclo che finisce?
La risposta non è nello slogan, ma nel destino della Lega: se riuscirà a tenere insieme il suo mosaico di contraddizioni, o se il volto rassicurante di Zaia resterà l’ultimo scudo di un movimento che non ha ancora scelto quale parte di sé vuole sopravvivere.
Zaia, dopo la città stato per Venezia, prova a vendere la Baviera, ma la Lega è in un altro punto geografico e, soprattutto, politico.



