di Arrigo Abalti · Settembre 28, 2025
Kefiah al sole, dirette su TikTok e barchette con nomi da Spotify: l’impresa per Gaza è più “Pechino Express” che Dunkirk
Una volta le rivoluzioni si facevano con i fucili. Poi con i megafoni. Oggi con i droni e la connessione Starlink. La “Global Sumud Flotilla” è salpata da Genova tra proclami, kefiah stirate e dirette su TikTok. Viveri e medicine? Dettagli. Conta la performance: sfidare Israele come se fosse un livello di Fortnite, possibilmente in costume da bagno.
Le barche hanno nomi da playlist Spotify, i parlamentari si fanno i selfie con il giubbotto di salvataggio e i militanti litigano in coperta tra un rigurgito e una diretta Instagram. Pacifisti radicali e simpatizzanti di Hamas, ambientalisti e petrolieri, femministe e patriarcati in sandaloni: tutti insieme appassionatamente, almeno fino alla prossima avaria. È l’intersezionalità che affonda al primo temporale.
Il Mediterraneo diventa un reality: più trame qui che in tre stagioni di una fiction Rai. A Barcellona gli attivisti si fermano con lo spritz, a bordo qualcuno fa tutorial su come lavare la kefiah al sole. Una “missione umanitaria” che ricorda più “Pechino Express” che Dunkirk. Con la differenza che Churchill non si sarebbe imbarcato su “Otaria”.
Il bello è che funziona. Perché alla fine non importa se Gaza riceverà davvero aiuti. Importa che noi, comodamente dal divano, possiamo dire “buon vento” con un’emoji all’anguria, sentirci un po’ rivoluzionari per procura e poi tornare tranquilli alle nostre serie su Netflix.
La vera scoperta è che la solidarietà non è più un dovere: è un format. Con tanto di sponsor invisibili, influencer in coperta e il rischio di diventare virali. In fondo, chi non ha mai sognato di mollare il lavoro, salpare per la causa del momento e farsi sparare addosso un like?



