di Arrigo Abalti · Marzo 11, 2026
L’Anci chiede allo Stato quello che che serve per la sicurezza e per le polizie municipali. Nel frattempo, nelle città, il territorio soffre
C’è una scena che Gogol avrebbe riconosciuto e, sicuramente, raccontato. L’associazione dei Comuni si presenta in Senato e chiede 500 milioni l’anno per assumere vigili. Non è una provocazione, non è un’utopia — è un conto. Il conto di quindici anni in cui la Polizia locale italiana ha perso 11.400 uomini. Non una stima, non una proiezione: un dato. Come se qualcuno avesse aperto un rubinetto e avesse lasciato scorrere via, goccia dopo goccia, la presenza dello Stato nei territori. Senza che nessuno si alzasse a chiuderlo.
Vito Leccese, sindaco di Bari e delegato Anci, ha detto una cosa semplice davanti alla Commissione del Senato: senza risorse permanenti, il decreto sicurezza non è all’altezza dei compiti che assegna alle amministrazioni comunali. Traduzione per chi non ama il linguaggio istituzionale: il Governo chiede ai Comuni di fare il lavoro, ma servono i soldi per farlo. È come assumere un muratore, consegnargli i mattoni, e tenersi la cazzuola.
Il paradosso raggiunge vette quasi comiche quando si scopre che le polizie locali non entrano nel Ced Interforze — la banca dati del ministero dell’Interno. Fermano una persona e non possono verificarne i precedenti. Non possono controllare i Daspo urbani pendenti. Non possono accedere allo schedario dei veicoli rubati. Sono, in sostanza, agenti con la divisa ma senza gli strumenti. Kafka avrebbe detto che mancava solo il timbro. E in effetti manca anche quello.
Ora caliamoci per un momento a Vicenza. O a Schio. O a Bassano. O in qualunque centro della provincia che negli ultimi anni ha visto trasformarsi le proprie piazze, i propri parchi, le proprie stazioni in luoghi dove la sera la gente comune smette di passare. Non per paura dell’invisibile — per paura del visibilissimo. Spaccio in piena luce, parcheggiatori abusivi che esercitano con la tranquillità di chi sa di non essere controllato, episodi di violenza che si moltiplicano e si normalizzano nel silenzio delle cronache locali, baby gang.
Vicenza non è una metropoli, diranno in molti. Giusto. Ma chi lo dice usa un tono che suona sempre meno convincente. Perché il degrado non ha bisogno delle dimensioni di una grande città per attecchire. Ha bisogno soltanto di non essere contrastato. E non viene contrastato perché nelle metropoli il problema è esploso fino a diventare emergenza nazionale, mentre nei centri medi — Vicenza, Schio, Bassano, i capoluoghi di provincia che si raccontano come isole felici — il processo è più lento, più silenzioso, e proprio per questo più insidioso. Il degrado che avanza in punta di piedi non fa notizia. Fino a quando non è già ovunque.
C’è poi la questione delle tutele. Leccese ha detto che gli agenti della polizia locale operano spesso in prima linea in situazioni di forte tensione e rischio. Chi ha frequentato negli ultimi anni certi angoli di Vicenza — la zona della stazione, alcuni parchi, certe periferie che i comunicati stampa comunali chiamano pudicamente “aree sensibili” — sa che non è retorica. È la descrizione di un lavoro che è diventato più pericoloso senza che nessuno abbia aggiornato gli strumenti, la formazione, la protezione legale di chi lo svolge. I vigili non sono il problema. Sono la soluzione a cui non è stata data la possibilità di funzionare.
Ed è esattamente per questo che la proposta dell’Anci merita attenzione seria, non il silenzio distratto con cui Roma tende ad accogliere le richieste che arrivano dai territori. Il “Nuovo patto per la sicurezza urbana” non è un documento di lamentele — è un progetto. Risorse strutturali e permanenti, accesso alle banche dati, strumenti normativi aggiornati, tutele adeguate per chi opera sul campo. Una proposta che non chiede privilegi: chiede che il lavoro che lo Stato assegna ai Comuni venga messo nelle condizioni di essere fatto.
Sarebbe bello che il Governo la ascoltasse. Non per gentilezza istituzionale, non per equilibrio politico. Ma perché nelle piazze di Vicenza e della sua provincia, nelle strade che la sera si svuotano prima del dovuto, nei quartieri che cambiano faccia senza che nessuno lo abbia deciso democraticamente — in tutti questi luoghi c’è una domanda semplice e urgente che sale dal basso: chi presidia questo territorio?
La risposta giusta esiste. Costa – per il momento – 500 milioni l’anno. Ed è la più economica di tutte, se confrontata con il costo — sociale, civile, umano — di non darla.



