di Arrigo Abalti · Marzo 17, 2026
A due giorni dalla Festa del Papà
Mio padre ha novantaquattro anni e da tre mesi non dorme più a casa sua.
Lo scrivo e mi fermo. Perché c’è una distanza enorme tra sapere una cosa e scriverla. Tra tenerla dentro e metterla in fila con le parole. Da tre mesi la sua stanza è un’altra stanza. Il suo letto è un altro letto. La finestra che guarda la mattina non è la finestra di sempre.
Da tre mesi mio padre è in casa di riposo.
E io, che vivo di quello che scrivo e di quello che penso, non ho ancora trovato le parole giuste per dirlo senza che facciano male.
Mancano due giorni alla festa del papà. E quest’anno, per la prima volta, non so bene dove andare a comprare il regalo.
La casa di riposo. Quante famiglie italiane stanno vivendo questa stessa frase, in questo stesso momento. Quante la stanno rimandando. Quante l’hanno già vissuta e portano ancora il peso di quella decisione — perché è sempre una decisione, anche quando è inevitabile, anche quando è la più giusta, anche quando la realtà non ti lascia alternative.
Gli over 65 sono il ventiquattro per cento della popolazione italiana. Entro il 2050 la forza lavoro si ridurrà di un terzo. Il settanta per cento della spesa sanitaria va già oggi ai pazienti cronici. Questi sono i numeri. Freddi, precisi, inappellabili come certi referti.
Ma dietro ogni numero c’è mio padre. C’è il tuo. C’è qualcuno che ha novantaquattro anni – o anche meno – e una finestra diversa dalla sua.
Federico Guidoni – CEO di Clariane — che di case di cura se ne intende, le gestisce, le studia, ci passa la vita dentro — dice che servono nuovi modelli organizzativi. Che pubblico e privato devono integrarsi. Che la tecnologia può aiutare. Che l’intelligenza artificiale libererà tempo per la relazione.
La relazione.
Quella parola che nelle slide dei convegni sembra quasi un ornamento e invece è l’unica cosa che conta davvero quando vai a trovare tuo padre in una casa di riposo e lui ti riconosce e sorride e tu capisci in un secondo che tutto il resto — le tariffe, i nomenclatori, i fascicoli elettronici, i sistemi regionali che non si parlano — tutto il resto è contorno.
Il centro è lui. La sua mano. Il suo nome detto da qualcuno che ha tempo di dirlo.
Da tre mesi vado a trovarlo.
Entro, saluto chi lavora lì — e chi lavora in quelle strutture merita una gratitudine che raramente gli viene detta ad alta voce, perché fanno un lavoro che la società preferisce non guardare troppo in faccia. Arrivo alla sua stanza. Busso, anche se so che è sveglio. Perché bussare è un modo per dirgli che è ancora lui, che ha ancora una porta, che quella porta è ancora sua.
Poi mi siedo. E parliamo.
Di cosa, non importa. Di tutto e di niente, come si fa con le persone che ami da così tanto tempo che le parole sono diventate un modo per stare insieme più che per dirsi cose.
E in quei momenti penso che il sistema sanitario italiano — con tutti i suoi problemi, le sue liste d’attesa, le sue riforme scritte e mai applicate, i suoi tre miliardi di spesa privata che tappano i buchi del pubblico — in quei momenti il sistema sanitario italiano è lontanissimo.
C’è solo lui.
Ma quando esco, il sistema ritorna.
Ritornano le domande su chi paga, quanto, come, per quanto tempo. Ritorna la burocrazia che avvolge la fragilità come un imballaggio troppo rigido per quello che contiene. Ritornano le tariffe ferme agli anni Novanta, le norme che nessuno semplifica, le Regioni che ciascuna fa da sé come se i padri si ammalassero solo nella propria regione di residenza.
Ritorna la domanda che ogni famiglia italiana con un anziano in casa di riposo si porta dietro come un sasso in tasca: stiamo facendo abbastanza? Il sistema sta facendo abbastanza?
Mio padre ha novantaquattro anni.
Era un balilla nel Ventennio. Ha visto partire i suoi fratelli per la guerra e li ha visti tornare di nascosto dopo l’8 settembre evitando sia i Repubblichini che i partigiani perché non volevano partecipare alla mattanza della guerra civile. Ha visto nascere la Repubblica. Ha visto, e partecipato al miracolo economico. Ha visto costruire il Servizio sanitario nazionale — una delle idee più belle che questo Paese abbia mai avuto — e poi vederlo andare lentamente in sofferenza, per mancanza di soldi, di visione, di coraggio politico.
Adesso guarda dalla finestra di una stanza che non è la sua.
E aspetta.
Non lo specialista, questa volta. Non l’esame. Non il numeretto.
Aspetta me.
Dopodomani è la festa del papà. Andrò da lui con qualcosa in mano — non so ancora cosa, forse niente, forse solo me stesso, che a novantaquattro anni è già abbastanza. Mi siederò vicino a quella finestra nuova. Gli prenderò la mano.
E in quel momento penso che ci sono cose che nessuna intelligenza artificiale potrà mai fare. E che forse il vero problema della sanità italiana non è tecnologico né finanziario né organizzativo.
È che abbiamo smesso di considerare la vecchiaia una parte della vita da abitare con dignità. L’abbiamo trasformata in un problema da gestire. In una voce di bilancio. In una statistica sul costo dei pazienti cronici.
Mio padre non è una voce di bilancio.
Ha novantaquattro anni, una finestra nuova e gli occhi che si illuminano quando arrivo.
Buongiorno, papà. Ci vediamo dopodomani.



