di Arrigo Abalti · Marzo 10, 2026
Il mito delle case a 1 euro è buono per la propaganda…poi arriva la realtà
C’è un supereroe dei fumetti italiani che si chiamava Superciuk. Beveva vino, puzzava, e aveva un codice etico ribaltato: rubava ai poveri per dare ai ricchi. Era una satira, naturalmente. Una provocazione comica.
Chissà perché, leggendo del bando “Case a 1 euro nei borghi”, ci è venuto in mente lui.
L’operazione, sulla carta, è efficace. Venticinque case abbandonate nei comuni montani del Vicentino — Posina, Valli del Pasubio, Recoaro Terme — offerte a un euro ai giovani che vogliono ripartire, trasferirsi, aprire un’attività. Il titolo è perfetto. La fotografia del vecchio alloggio ancora di più. Manca solo la colonna sonora.
Poi arriva il conto.
Ristrutturazione obbligatoria. Progetto da depositare entro sei mesi. Lavori da avviare entro dodici. Tutto finito entro tre anni. Penale: perdi la casa. E siccome stiamo parlando di edifici abbandonati — spesso fatiscenti, spesso in zone impervie, spesso senza allacci a norma — stiamo parlando di ristrutturazioni che partono da cinquanta, ottanta, centomila euro. In alcuni casi molto di più.
Ora facciamo un esercizio di realismo.
Il giovane italiano medio, quello cui questo bando è idealmente dedicato, ha un contratto a tempo determinato o una partita IVA traballante. Il suo stipendio, quando c’è, oscilla tra i milleduecento e i milleseicento euro al mese. Non ha risparmi sufficienti. Non ha garanzie da offrire a una banca. E anche se trovasse un istituto di credito disposto a finanziargli la ristrutturazione — con i tassi attuali, con le sue buste paga — si ritroverebbe con un mutuo ventennale su una casa in un borgo di montagna che non ha l’asilo, ha perso il medico di base tre anni fa e l’autobus passa il martedì e il venerdì.
Chi può davvero accedere a questo bando, dunque? Chi ha già liquidità. Chi ha famiglia alle spalle. Chi può permettersi di aspettare i tempi della burocrazia senza che nel frattempo gli venga a mancare lo stipendio. Chi, in una parola, non ha bisogno di un euro per comprare casa.
Il bando per i giovani precari è, nei fatti, un bando per i giovani benestanti. O per i cinquantenni con il conto in ordine che cercano una seconda casa in montagna a prezzo stracciato — purché la ristrutturino in fretta e fingano di volerci vivere.
Il proprietario ci guadagna: si libera di un immobile che non riusciva a vendere e ottiene la ristrutturazione gratuita — pagata dall’acquirente — prima di riprendersi tutto in caso di inadempienza. Il Comune ci guadagna: incassa la conferenza stampa e, se va bene, qualche nuovo residente sulla carta. L’Unione montana ci guadagna: un progetto europeo da rendicontare, una storia da raccontare ai fondi Green communities.
Il giovane precario? Lui guarda la notizia sullo smartphone, mette un like, e torna al suo affitto in città.
Superciuk, da qualche parte, sorride soddisfatto. Stavolta non ha nemmeno dovuto faticare. Ha lasciato fare al bando.
Le case a un euro esistono. Il problema è che l’euro è l’unica cosa che possono permettersi quelli per cui sono state pensate.



