di Arrigo Abalti · Settembre 19, 2025
Se il centrosinistra perde l’architrave del suo successo tocca agli altri aprire una nuova fase
In Italia le parole non sono mai neutre. Alcune hanno segnato epoche intere. Una di queste è centrosinistra. Per decenni ha significato l’alleanza tra una sinistra riformista e un centro di ispirazione cattolico-democratica e liberale. Un compromesso alto, nato nel dopoguerra come evoluzione della formula degasperiana e poi divenuto architrave del sistema politico fino agli anni Novanta. Oggi quella parola è svuotata di senso. Il centrosinistra non c’è più.
Al suo posto c’è una coalizione che si definisce progressista, ma che di fatto riprende una tradizione nota: il Fronte Popolare del ’48, la “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto nel ’94. Ora si parla di campo largo. Ma la sostanza è identica: una sinistra plurale senza centro. La certificazione è arrivata alla Festa dell’Unità di Reggio Emilia, dove è emerso che il mondo moderato e liberale non è più considerato necessario. Se ne riconosce a parole l’utilità, ma come gamba ornamentale, non come colonna portante.
La coalizione oggi è guidata da quattro sinistre: quella radicale e identitaria di Elly Schlein, quella populista e movimentista di Giuseppe Conte, quella ecologista e antagonista di Fratoianni, Bonelli e Salis, e quella sindacale di Maurizio Landini. In questo schema il centro è estraneo, quasi incompatibile. Non è un caso che la “gamba moderata” sia affidata a Goffredo Bettini, uomo di apparato Pd, non certo erede della tradizione cattolico-democratica. Un rovesciamento rispetto agli anni dell’Ulivo, quando il Ppi di Mino Martinazzoli e poi la Margherita di Francesco Rutelli incarnavano il ponte tra culture diverse.
Qui si apre il capitolo dell’eredità della Democrazia Cristiana. Perché il centro italiano, per decenni, è stato la Dc. Non solo un partito di governo, ma un luogo di mediazione nazionale, capace di contenere spinte contrapposte e di trasformarle in politica. La Dc ha garantito stabilità e crescita in anni difficili, ha guidato il Paese nell’integrazione europea, ha tenuto unito un tessuto sociale fatto di cattolici, moderati, ceti popolari e professionisti. E quando si è dissolta, all’inizio degli anni Novanta, ha lasciato un vuoto che nessuno è riuscito davvero a colmare.
Quel vuoto è stato riempito a fasi alterne: prima dal Ppi, poi dalla Margherita, infine dal Pd, che però ha progressivamente perso la sua anima centrista. Oggi il rischio è che il centro finisca per non esistere più come attore politico, riducendosi a corrente interna di altre formazioni. Ma se viene meno il centro, viene meno anche la capacità di mediare, di costruire ponti, di garantire equilibrio tra culture diverse. In altre parole, viene meno la funzione che per cinquant’anni la Dc ha incarnato.
Per questo le elezioni del 2027 non saranno più uno scontro tra centrodestra e centrosinistra, ma tra un blocco di destra e un blocco di sinistra. Legittimo, certo. Ma con un rischio evidente: la radicalizzazione permanente della politica italiana, priva di quel cuscinetto centrista che attenuava i conflitti e consentiva compromessi. Due blocchi contrapposti, due tifoserie, nessuno spazio di mediazione.
La sfida allora si sposta dentro il centrodestra. Perché se il “campo largo” ha rinunciato al centro, resta da capire se la coalizione guidata da Giorgia Meloni saprà farne tesoro e aprirsi ad una fase nuova. Non basta il carisma della leader. Serve che il mondo moderato, popolare e liberale sappia rivendicare un ruolo autonomo, non accessorio. Altrimenti, anche da quella parte, il rischio è che prevalga una logica bipolare estrema.
Il Veneto e, più in generale, il Nordest offrono un’osservazione interessante. Qui la tradizione democristiana è stata più longeva che altrove, radicata nei municipi, nelle cooperative, nel tessuto sociale e produttivo. È da queste terre che sono passati leader come Zaccagnini, Rumor, Bisaglia: figure che interpretavano la politica come servizio e mediazione, non come scontro ideologico. E ancora oggi quell’eredità pesa, condizionando equilibri e leadership locali. Ma la domanda è se quella cultura politica possa trovare nuova forma e nuova rappresentanza a livello nazionale, oppure se resterà un ricordo, confinato alla memoria storica e alla nostalgia.
La Dc, con tutti i suoi limiti, aveva compreso che in Italia il centro non era una posizione, ma una funzione. Non un luogo geometrico, ma un metodo politico: quello di tenere insieme, mediare, ricomporre. Se quella funzione viene meno, la democrazia italiana rischia di trasformarsi in un’arena permanente di scontro tra due fronti inconciliabili. Ed è un destino che non possiamo permetterci.



