Il pulsante rosso della paura

di Arrigo Abalti · Ottobre 25, 2025

 

Adesso nei pronto soccorso veronesi, chi cura dovrà anche difendersi. Non con un bisturi, ma con un braccialetto. Si chiama Prowatch: costa come un orologio di lusso, ma serve solo a sapere quando scappare.

Un pulsante verde per dire “tutto bene”, un pulsante rosso per dire “qualcosa non va”. È la nuova grammatica del pronto soccorso: il medico non comunica più con il paziente, ma con la centrale del 112. E quando la tecnologia entra in corsia per proteggere chi lavora, vuol dire che la pazienza è finita — e pure la fiducia.

Centotrentottomila euro di investimento per duecentonovanta dispositivi. La Regione lo chiama “progetto di sicurezza”. In effetti, dopo anni di tagli e panchine in sala d’attesa, un po’ di sicurezza serviva. Peccato che non sia quella sanitaria, ma quella personale.

D’altronde, il Veneto si conferma un laboratorio di innovazione: altrove si assumono infermieri, qui si mettono braccialetti. Altrove si riducono i tempi d’attesa, qui si riduce il tempo di reazione alle aggressioni. È sempre efficienza, ma con il brivido.

“Tre minuti per l’intervento”, annuncia fiera la nota regionale. Che poi è più o meno il tempo che serve a un cittadino per perdere la calma davanti a un triage intasato.

Si dice che la tecnologia sia neutra. Ma questo non è progresso: è una rassegnazione in Wi-Fi. Non potendo guarire il sistema, proviamo almeno a mettere un allarme.

Forse un giorno inventeremo anche il braccialetto per riconoscere quando un paziente ha bisogno di essere ascoltato, o quando un politico ha finito le scuse. Per ora, nei pronto soccorso del Veneto, la speranza si misura in tre minuti.

Il tempo che serve ai soccorsi per arrivare.

O a noi per capire che, se anche la sanità deve difendersi da chi dovrebbe servire, forse il pulsante rosso dovremmo premerlo tutti.

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