di Arrigo Abalti · Novembre 19, 2025
Buoni e cattivi esempi
Nel Lazio si è scelta la strada più antica della politica quando la realtà non coincide più con la narrazione: non si interviene sul problema, si cambia il perimetro che lo contiene. Le liste d’attesa non si accorciano? Bene, si allarga il campo di gioco. Si fa diventare “ambito regionale” ciò che finora era territorio, e improvvisamente una prestazione prenotabile a cinquanta o cento chilometri di distanza diventa parte del miracolo statistico. L’arte di tirare la coperta finché non si vede più il buco.
A smontare la magia ci pensa Alessio D’Amato, che non ha il tono dell’oppositore polemico ma quello del tecnico che sa come funzionano le macchine. È stato lui, durante la pandemia, a governare una delle strutture sanitarie più complesse d’Italia. E quando dice che la mappa delle garanzie è stata truccata per far sparire il problema delle rinunce, non fa polemica: descrive un meccanismo. Se devi fare un’ecocardio ma l’unico posto disponibile è a un’ora e mezza da casa, quella non è un’opportunità: è un invito alla rinuncia. Che infatti cresce, sale al dodici per cento, e si trasforma nel vero dato politico della vicenda.
E qui arriviamo al Veneto.
Perché in una regione che da vent’anni ripete come un mantra l’eccellenza del proprio sistema sanitario, la tentazione di leggere il Lazio come un caso isolato è forte. Ma chi vive la quotidianità — chi prova a prenotare, chi gira tra distretti sguarniti, chi vede i pronto soccorso trasformati in camere d’attesa permanenti — sa che i segnali di affaticamento ci sono. E che la distanza tra racconto e territorio si sta allargando. Non è un caso che Alberto Stefani, candidato presidente del centrodestra, abbia messo l’accento sulla sanità di prossimità. È la formula giusta, quella che intercetta la nuova frontiera del disagio: non la cura in sé, ma il tragitto per arrivarci. Il punto, però, è la coerenza. Perché basta osservare cosa accade nel Lazio per capire cosa non fare: non allargare gli ambiti, non trasformare la cartografia in propaganda, non spostare i problemi invece di risolverli. Se davvero Stefani vuole marcare una differenza, gli basterà compiere l’atto più semplice e più difficile della politica italiana: fare il contrario di ciò che si fa a Roma. Vicini ai cittadini, non lontani nei database. Prossimità vera, non prossimità nominale.
Il campanello d’allarme è questo: quando una Regione inizia a raccontare una sanità che vive più nei comunicati che nei reparti, il passo successivo è sempre lo stesso — l’inerzia. E l’inerzia, in sanità, è l’inizio della deriva. In Veneto la frattura non fa rumore, ma cresce: distretti che arrancano, territori periferici che scivolano fuori dal radar, famiglie che si spostano sul privato non per scelta ma per necessità. È il paradosso del modello veneto: si vive ancora del credito accumulato negli anni d’oro, ma senza rinnovarlo. E come ogni credito lasciato fermo, prima o poi si consuma. La lezione del Lazio, dunque, non è una polemica. È un promemoria. Perché il vero rischio non è una lista d’attesa più lunga: è una lista d’attesa che scompare dal sistema ma non dalla vita delle persone.
Il giorno in cui il Veneto smetterà di misurare la distanza reale tra cittadini e servizi, si ritroverà esattamente dove non vuole essere: nel punto in cui il modello eccellente diventa un ricordo, e l’eccellenza una parola buona per i convegni.



