Quando la politica smette di fare il tifo

di Arrigo Abalti · Dicembre 20, 2025

Il primo atto politico di Alberto Stefani recupera la vocazione al welfare tipicamente veneta

 

C’è un momento preciso in cui una discussione smette di essere politica e diventa umana. Di solito succede quando qualcuno smette di fare il tifo per la propria parte e inizia, più semplicemente, a guardare la realtà. È un momento raro. Specie di questi tempi che ci hanno abituati alla logica delle curve dello stadio, più che a quella della politica in campo. Ma ogni tanto accade. Anche qui, anche in Veneto.

È successo sul tema dei caregiver. Parliamo di quelle persone che assistono ogni giorno un familiare non autosufficiente — anziano, disabile o malato — spesso rinunciando al lavoro o riducendolo drasticamente. Un esercito silenzioso che tiene in piedi il welfare senza figurare nei bilanci. La proposta in discussione puntava a riconoscerli formalmente, offrendo tutele, sostegni economici e servizi di sollievo, per evitare che la cura diventi isolamento.

Una parola che non scalda i cuori, non accende le piazze e non garantisce like facili. E forse proprio per questo è interessante. Perché i caregiver non votano in quanto caregiver: lavorano, assistono, rinunciano, tengono insieme famiglie e giornate. In silenzio. E quando la politica si accorge di loro, di solito è tardi.

La proposta è arrivata dal centrosinistra. Nel film che abbiamo visto mille volte, a questo punto dovrebbe partire la scena successiva: maggioranza che alza le barricate, sospetto di strumentalizzazione, dichiarazioni sulla “malafede dell’opposizione”. Titoli già pronti. Sipario.

Invece no. Il presidente Alberto Stefani ha scelto di non recitare quella parte. E qui sta la notizia vera. Non tanto nella misura in sé — sacrosanta — quanto nel gesto politico che l’ha accompagnata. Stefani ha interrotto una linea a cui il centrodestra veneto ci aveva abituato per anni: quella della politica come dimostrazione di performance, dove l’obiettivo non è mai risolvere un problema, ma dimostrare che l’altro lo pone per interesse. Il processo alle intenzioni fisiologico alla parte più ottusa della destra.

Per molto tempo il copione è stato questo: il sociale come terreno “naturale” della sinistra, la sanità pubblica come suo strumento di rendita politica, le criticità come esagerazioni utili a lucrare consenso. Una narrazione rassicurante per chi governa, ma poco confortante per chi vive quelle criticità sulla propria pelle. E infatti l’emergenza caregiver — che emergenza non è più da anni — è rimasta lì, coperta da buone parole e da una discreta ammuina amministrativa.

Questa volta, però, la storia ha preso un’altra piega. Stefani ha preso atto che il problema esiste e che non si risolve facendo finta di niente. Ha messo insieme pragmatismo e una sensibilità più volte annunciata in campagna elettorale. Una sensibilità che assomiglia meno alla contrapposizione identitaria e più alla nostra, cattolica, tradizione popolare attenta alle persone prima che alle bandiere.

E infatti la delibera è stata approvata.

Da oggi il Veneto riconosce ufficialmente il ruolo dei caregiver familiari. Non è una formula simbolica. Significa l’avvio di misure concrete: accesso a contributi economici dedicati, servizi di sollievo per chi assiste, percorsi di supporto e una cornice istituzionale che smette di considerare la cura un fatto esclusivamente privato. Significa, soprattutto, che chi si prende cura non è più invisibile.

Non è una rivoluzione. Ma le rivoluzioni vere, quando si parla di welfare, raramente fanno rumore. Sono fatte di atti amministrativi, di norme sobrie, di decisioni che non servono a dimostrare di avere ragione, ma a fare qualcosa di utile. Qui, per una volta, è successo.

Per Buongiorno Vicenza questa non è solo una notizia regionale. È un segnale politico e culturale che riguarda anche il nostro territorio, dove l’invecchiamento della popolazione e la fragilità delle reti familiari sono già realtà quotidiana. Prendersi cura di chi si prende cura non è una concessione ideologica: è un investimento sociale.

E forse vale la pena dirlo chiaramente: quando la politica smette di fare il tifo, ascolta una proposta dell’opposizione e la trasforma in una decisione condivisa, non perde identità. Ne guadagna una migliore. Con discrezione. Come le cose che funzionano davvero.

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