Bond…Dario Bond

di Arrigo Abalti · Gennaio 4, 2026

Dario Bond archivia l’illusione olimpica e riscrive il racconto della montagna veneta: meno effetti speciali, più vita reale. È la prima vera discontinuità con l’era Zaia

 

A leggere l’intervista al neo assessore alla montagna, pubblicata in questi giorni dal Corriere del Veneto, non può sfuggire un dettaglio che la rende ancora più efficace, quasi involontariamente simbolico: l’assessore si chiama Bond. Dario Bond. E no, non è una boutade. Perché a leggere le sue parole viene da pensare che qui la missione non sia salvare il mondo, ma qualcosa di più complicato: salvare la normalità della montagna.

Altro che effetti speciali. Altro che inseguimenti sulle piste innevate. Questo Bond non ha licenza di uccidere, semmai — politicamente — chiede una licenza di far restare. Restare a vivere in montagna, restare a lavorarci, restare a curarsi, restare a crescere i figli. E lo dice con una frase che suona come un colpo secco al centro della vecchia sceneggiatura: «I Giochi non risolveranno tutto».

Detta così, da un assessore regionale, non è una battuta. È una rottura narrativa.

Per anni la montagna veneta è stata raccontata come un set perfetto: bella, iconica, pronta per il grande evento. La stagione di Luca Zaia ha puntato forte su questa trama, con le Olimpiadi come blockbuster politico, capaci di trascinare infrastrutture, investimenti, reputazione internazionale. Una narrazione solida, vincente, che ha funzionato. Ma ogni film, a un certo punto, finisce.

Il Bond veneto cambia genere. Passa dall’action al realismo. Niente gadget, niente promesse miracolose, niente passerelle: medici, case, trasporti. Tre parole che non fanno spettacolo, ma tengono in piedi una comunità. Tre parole che spostano il fuoco dall’evento alla vita quotidiana, dal picco alla continuità.

È significativo che questa svolta venga affidata a un’intervista lunga, ragionata, su un giornale che parla al ceto dirigente regionale. Perché Bond non sta parlando ai turisti, ma agli amministratori. Non agli sponsor, ma allo Stato. Sta dicendo che la montagna non è un set, è un territorio abitato. E che senza servizi, anche la migliore scenografia resta vuota.

C’è qualcosa di quasi ironico nel contrasto: il Bond cinematografico risolve tutto in due ore; quello veneto sa che non esistono soluzioni rapide. Sa che il vero nemico non è il cattivo di turno, ma lo spopolamento lento, l’invecchiamento, la fragilità dei servizi. Nemici invisibili, difficili da sconfiggere, ma molto più pericolosi.

In filigrana, emerge un messaggio politico più ampio: il Veneto sta cambiando fase. Meno fiducia nel colpo di scena, più attenzione alla tenuta. Meno storytelling, più manutenzione. È il passaggio dall’epica alla gestione, dall’eccezione alla regola.

La musica cambia quando anche Bond smette di credere nei finali spettacolari. E comincia a dire che la vera missione — se davvero vogliamo chiamarla così — è fare in modo che la montagna non diventi un bel set abbandonato dopo l’ultima ripresa.

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