di Arrigo Abalti · Gennaio 6, 2026
Il manifesto di Zaia suona come una sequenza perfetta di hit anni Ottanta: irresistibile per tutti, ma lontana dalla sua storia di governo
C’è un’immagine che spiega meglio di molte analisi il manifesto politico di Luca Zaia pubblicato ieri sul Foglio. È un’immagine anni Ottanta. Non casuale, visto il passato da PR del giovane Zaia. Chi c’era se lo ricorda bene: quando la pista era stanca, il locale mezzo vuoto o il pubblico poco propenso a sciogliersi, il DJ sapeva esattamente cosa fare.
Partiva la sequenza giusta.
Michael Jackson con Billie Jean o Thriller. La colonna sonora di Saturday Night Fever, buona anche dieci anni dopo. Gli ABBA, che funzionavano sempre. Poi magari Girls Just Want to Have Fun di Cindy Lauper, Wake Me Up Before You Go-Go dei Wham!, Take On Me degli A-ha, o Everybody Wants to Rule the World dei Tears for Fears. Se serviva il colpo finale, arrivavano Like a Virgin di Madonna o I Wanna Dance with Somebody di Whitney Houston o i migliori Duran Duran.
A quel punto ballavano tutti. Anche i più timidi, anche quelli che “io non ballo mai”. Perché erano riempipista universali, pezzi che mettevano d’accordo chiunque non appartenesse a qualche minoranza folkloristica: complottisti, terrapiattisti, comunisti (ci sono ancora?) o nostalgici in orbace (stessa domanda).
Ecco: il manifesto di Zaia funziona esattamente così. È una playlist accurata di concetti che piacciono a tutti: libertà, responsabilità, rifiuto degli estremismi, equilibrio istituzionale, rispetto delle differenze, governo della complessità. È impossibile non essere d’accordo. Dire il contrario significherebbe restare seduti al tavolino mentre la pista è piena. Dal PD a tutto il centrodestra.
Il punto, però, arriva quando si accendono le luci.
Perché quelle canzoni sono anche le più ascoltate, citate, celebrate. E proprio per questo rischiano di diventare un sottofondo rassicurante, più che una scelta impegnativa. È qui che nasce il corto circuito con la storia reale del Veneto. Il manifesto parla di liberalismo come cultura del limite, ma il governatore Zaia è stato tutt’altro: autonomista, regionalista, fortemente autoreferenziale, protagonista di un potere lungo quindici anni e determinato a prolungarselo il più possibile, fino al tentativo di forzare il tema del quarto mandato.
La sanità rigidamente accentrata – e infatti sul Foglio evita di parlarne – la sussidiarietà evocata più che praticata, l’autonomia trasformata in centralismo regionale, la personalizzazione della leadership: tutto confligge con quella playlist liberal-democratica che oggi suona così bene. E poi i giovani, altra hit che funziona sempre, ma viene da chiedersi nei 15 anni precedenti quali misure sono state approvate dalla Regione del Veneto, perchè se siamo alla fuga dei nostri ragazzi non ci siamo arrivati ora, c’è una storia di scelte non fatte, di miopia e mancanza di sensibilità su un tema che funziona molto nel marketing politico, salvo poi svanire alla prova di governo. Basti pensare alla Sanità, dove ha riempito di pensionati i ruoli apicali, bloccando il ricambio e impedendo di fatto a una nuova generazione di manager di trovare spazio e responsabilità. Un’intera generazione lasciata in panchina per non perdere il controllo del sistema.
Il manifesto allora è un perfetto riempipista: largo, inclusivo, rassicurante. Ma non racconta ciò che è stato fatto quando il potere c’era davvero, né come lo si è esercitato. E allora la domanda è inevitabile, la stessa che ci si faceva all’uscita della discoteca, con le luci accese e il trucco colato: era davvero una grande serata o solo un DJ bravissimo a scegliere i dischi?
Qual è il vero Zaia? Quello del manifesto, che fa ballare tutti? O quello del governo, che ha praticato un potere lungo, compatto, poco incline al limite e soprattutto accentrato su di sé?
Governare, in fondo, è il momento in cui la musica si abbassa e restano la cultura, i valori, la formazione, le scelte concrete. Epperó per capire se a questa playlist seguirà un’azione coerente dovremo aspettare il prossimo incarico di Zaia, se arriverà. Solo allora sapremo se cambierà anche il modo di governare, non solo la selezione musicale.
Per ora, il manifesto resta questo: una grande sequenza di hit. Impossibile non ballare. Ma insufficiente per capire chi sei davvero quando la pista si svuota.



