di Arrigo Abalti · Febbraio 22, 2026
Il dibattito sulla separazione delle carriere ha smesso di parlare di giustizia. Parla di potere. E almeno su questo, tutti hanno ragione
A volte la politica smette di discutere di ciò che conta e comincia a discutere di se stessa. Siamo esattamente lì.
Partiamo dal fatto, che è sempre più onesto del commento. Mattarella si presenta al plenum del Csm. Lo fa all’improvviso, lo fa in modo deciso. Puoi leggere quel gesto in mille modi diversi — e naturalmente ciascuno lo legge a conferma di ciò che già pensava — ma c’è una cosa che quel gesto dice con chiarezza cristallina: quando percepisce uno squilibrio istituzionale, il garante della Costituzione non sta a guardare. Interviene. E questo, se ci pensate un momento, rende semplicemente improbabile l’ipotesi che lo stesso Mattarella avrebbe assistito in silenzio all’approvazione della separazione delle carriere se vi avesse visto una minaccia reale all’ordinamento democratico. Gli strumenti per intervenire li aveva. Ne avrebbe trovati altri. Quando la posta è alta, le forme vengono dopo.
Detto questo, prendiamo atto di uno slittamento nel dibattito pubblico. Il tema della democrazia in pericolo si sta sgonfiando — lentamente, ma si sta sgonfiando — e al suo posto avanza un altro registro: il regolamento di conti tra politica e magistratura.
Va bene. Accettiamo pure questa chiave di lettura. Ma allora, se di conti parliamo, i conti devono essere almeno due.
Quelli del governo li conosciamo: le inchieste che hanno colpito storicamente il centrodestra, i provvedimenti dell’esecutivo osteggiati per via giurisdizionale. Fin qui nessuna sorpresa.
Ma i conti della magistratura quali sono?
Mantenere la possibilità di emettere sentenze sgradite al governo? Nemmeno i più accesi oppositori della riforma nell’Anm sostengono seriamente che con la separazione delle carriere la politica potrà dettare le sentenze dei singoli giudici. Messi davanti al testo della legge, non ci hanno trovato un appiglio convincente per questa tesi. E allora?
Il bambino della favola — quello che guarda il re nudo e dice la verità che gli adulti non vogliono vedere — esclamerebbe semplicemente: è il potere.
Il potere di una corporazione che, attraverso la sua componente più organizzata e correntizia, ha storicamente condizionato — e spesso bloccato — le riforme nel paese. Soprattutto quelle che toccavano il suo stesso status quo, una specie di filo elettrico ad alta tensione: dal progetto Boato del ‘97, fermato dal fax di un gruppo di pubblici ministeri, alla riforma Castelli, a quella Cartabia — oggi improvvisamente rivalutata per dimostrare che “la separazione c’è già” — fino alla Procura nazionale antimafia di Falcone.
Il sorteggio dei membri togati del Csm non è, in questo senso, una questione tecnica. È il punto nevralgico del conflitto, perché tocca il meccanismo attraverso cui le correnti più forti della magistratura associata hanno sempre orientato nomine, incarichi e posizioni. Quella è la vera posta.
Dunque il regolamento dei conti è tra due politiche: quella elettiva da una parte, quella giudiziaria dall’altra.
Il sistema della giustizia, il cuore autentico della riforma — la separazione tra chi accusa e chi giudica — è rimasto fuori dal tavolo. Lo dimostra il fatto che la propaganda del Comitato dell’Anm è tutta concentrata sul Csm e quasi nulla sull’istituto che dà il nome alla riforma stessa.
A questo punto la domanda è semplice, e va rivolta soprattutto agli elettori di sinistra: quale blocco di potere preferite? Quello che, volendo, potete smontare tra due anni con le elezioni? O quello che, consacrato ulteriormente dal voto referendario, non dovrà mai rispondere di nulla davanti ai cittadini?
E attenzione all’eterogenesi dei fini: non è scritto da nessuna parte che il blocco di potere giudiziario resterà progressista una volta chiusa la stagione referendaria. Il potere ha le sue logiche, e raramente coincidono con quelle di chi lo ha difeso.
C’è un’alternativa a tutto questo: leggere la legge. Votare per ciò che la riforma dice davvero, non per la storia che ci raccontano i rispettivi regolatori di conti.
Sarebbe, per una volta, una discussione adulta.



