I ragazzi che abbiamo lasciato soli

di Arrigo Abalti · Marzo 19, 2026

Nel Nordest la violenza minorile cresce più che altrove. I dati di Save the Children raccontano un fallimento che è prima di tutto degli adulti

 

C’è una mappa, pubblicata nei giorni scorsi, che dovrebbe far riflettere chi governa il Nordest. Su quasi tutto il territorio nazionale i reati commessi da minori sono stabili o in calo. In Veneto, invece, crescono. Rapine, estorsioni, lesioni personali, porto d’armi: tutte le voci in salita. La regione più ricca d’Italia, quella che ha costruito la sua identità sul lavoro, sulla famiglia, sul senso civico, si ritrova in cima a una classifica che non avrebbe mai voluto guidare.
Vale la pena fermarsi su questo dato prima di commentarlo. Perché il rischio, in questi casi, è duplice e opposto: o si drammatizza oltre misura, trasformando ogni ragazzo difficile in un pericolo sociale, o si minimizza con il consueto armamentario delle cause strutturali, riducendo tutto a un problema di fondi e di servizi.
Entrambe le risposte sono sbagliate. O meglio: sono incomplete.
Il rapporto di Save the Children dice una cosa precisa. Il Veneto ha visto aumentare in un decennio, tra i 14 e i 17 anni, le rapine di oltre due ogni mille abitanti. A Venezia, in sei mesi, sono stati fermati dieci ragazzi in possesso di armi. Il fenomeno delle baby gang — gruppi organizzati che agiscono con metodo e con ferocia — si è radicato in un territorio che fino a poco tempo fa si considerava immune.
La domanda giusta non è: come li puniamo? La domanda giusta è: dove eravamo noi adulti mentre succedeva?
Perché questa è la chiave che i dati suggeriscono e che la politica fatica ad accettare. La violenza giovanile non nasce nel vuoto. Nasce in quei buchi di tempo — il pomeriggio, il fine settimana, l’estate — che la famiglia da sola non riesce più a riempire e che la comunità ha smesso di presidiare. Nasce nella solitudine digitale, nel vuoto educativo, nell’assenza di adulti significativi diversi dai genitori. Nasce, spesso, in famiglie che lavorano troppo per accorgersi di quel che accade a due passi da casa.
Il Nordest ha investito in infrastrutture, in capannoni, in strade. Ha investito meno in scuole aperte il pomeriggio, in oratori funzionanti, in educatori di strada, in politiche giovanili che non siano solo bandi inutili e convegni in cui ci si parla addosso con i professionisti del giovanilismo di maniera. Il risultato è quello che vediamo: una generazione benestante nei consumi e povera di relazioni, che trova nel gruppo violento la sola forma di appartenenza disponibile.
La presidente della Corte d’Appello di Venezia, Rita Rigoni, ha usato la parola giusta e scontata: serve prevenzione, non repressione. Non perché la repressione sia inutile — le leggi vanno applicate, i reati vanno perseguiti — ma perché arriva sempre dopo. E dopo, spesso, è tardi.
C’è un’ultima cosa che merita di essere detta. Il Veneto è la regione che più di ogni altra ha costruito il proprio racconto attorno all’autosufficienza: la famiglia che ce la fa da sola, la comunità che non chiede nulla allo Stato. È un racconto nobile, per certi versi vero.
Ma ha un punto cieco.
Ignora che ci sono ragazzi che quella famiglia solida non ce l’hanno, o che ce l’hanno ma è troppo occupata per vederli. Per loro, lo Stato — la scuola, i servizi, il comune — non è un nemico. È l’unica alternativa alla strada.
Riconoscerlo non è una resa. È il primo passo per tornare a fare gli adulti.​​​​​​​​​​​​​​​​

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