Il ditino bagnato

di Arrigo Abalti · Maggio 19, 2026

Una volta i politici alzavano lo sguardo verso l’orizzonte e indicavano la via. Oggi alzano il ditino bagnato per sentire da che parte tira il vento. È lo stesso gesto del marinaio, ma senza la nave: solo il dito, e il vento.
Prendiamo il tema di questi giorni, anche in Veneto,  il fine vita. Una di quelle materie in cui un essere umano dovrebbe poter sentire, almeno per un istante, il peso di una scelta più grande di lui. E invece la politica la tratta come una pietanza al ristorante: la assaggia, fa una smorfia, controlla la reazione del tavolo accanto, e decide se mandarla indietro. Il Parlamento aspetta. La Corte sollecita. Le Regioni si arrangiano. Il Governo le porta in tribunale, non per un’idea della vita, ma perché governano gli altri. E gli altri litigano col Governo non perché abbiano una visione, ma perché sta governando il Governo.
In mezzo, noi. Gli elettori. Quelli che dovrebbero sentirsi rappresentati e invece si sentono sondati, come pazienti in attesa di una diagnosi che non arriva mai. Perché il medico, in fondo, non vuole curarci: vuole solo che torniamo in studio.
Era il tempo dei leader, è il tempo dei followers — con il paradosso che a fare i followers, adesso, sono proprio quelli che dovrebbero stare davanti. Inseguono il consenso anziché crearlo, raccolgono umori anziché proporli, ascoltano il rumore della pancia anziché parlare alla testa. Hanno scambiato la politica con il marketing, e il marketing con l’oroscopo.
Eppure basterebbe poco. Basterebbe un politico che un giorno dicesse: “Io la penso così, anche se mi costerà voti”. Lo guarderemmo come un alieno. Forse, per la prima volta da molto tempo, lo guarderemmo davvero.​​​​​​​​​​​​​​​​

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