VICENZA DENTRO IL VENETO

di Redazione · Agosto 19, 2026

La Lega si spacca in Veneto, e in prima fila ci sono due sindaci vicentini

Moreno Marsetti (Malo) e Davide Faccio (Trissino) chiedono il cambio di rotta: «La rincorsa a destra si è rivelata perdente». Ma il governatore Stefani difende Salvini. E alla festa veneta del partito, il 5 e 6 settembre, non è invitato un solo dissidente

La resa dei conti dentro la Lega non passa più solo dai governatori. Passa dai municipi. E due delle voci più esplicite, nel Veneto di questi giorni, arrivano dalla provincia di Vicenza. Moreno Marsetti, sindaco di Malo e vicepresidente della Provincia, non usa perifrasi: «La Lega esca al più presto dalla comfort zone o rischia di essere fagocitata da Futuro Nazionale». Il punto, per lui, è un tradimento di missione: «La nostra ragion d’essere è il sindacato del territorio, ma il prevalere della linea nazionalista ha allontanato molti elettori». Sulla direzione da prendere è netto: «È l’ora di cambiare rotta». Marsetti è stato colpito nelle scorse settimane da un attentato incendiario che ha distrutto la sua attività. Altra voce è quella di Davide Faccio, sindaco di Trissino, che alla diagnosi aggiunge un paradosso: «La rincorsa a destra si è rivelata perdente, estranea alla nostra natura e allo stesso sentiment prevalente tra i veneti. Il paradosso è che il culmine della diffusione del senso comune leghista, mai così trasversale, coincide con il crollo di credibilità del partito». Per Faccio un ritorno alle origini resta possibile — «Zaia e Fedriga hanno la stoffa dei leader» — ma a una condizione: «Il federalismo è l’unica strada utile, e il tempo della tattica è scaduto».

Il governatore, però, sta con Salvini

Sul fronte opposto c’è chi in Veneto occupa la casella più alta. Il governatore Alberto Stefani rompe il fronte dei presidenti leghisti del Nord e difende il segretario con un argomento procedurale che è anche una stoccata: chi oggi polemizza, al congresso di Firenze del 2025, non si è candidato e non ha chiesto il voto dei militanti. Salvini è stato eletto per acclamazione, con un mandato portato da tre a quattro anni: resta in carica fino al 2029. E sul malessere interno, Stefani sposta il discorso altrove: «L’unico malessere che mi interessa è quello dei cittadini. Le liste d’attesa, le difficoltà economiche dovute al caro energia: sono questi i miei codici rossi». Una formula quasi identica a quella usata nelle stesse ore da Luca Zaia — «i malesseri di partito si curano nei congressi» — ma con un segno politico opposto. Dalla presidenza della Camera, il veronese Lorenzo Fontana chiude il fronte: «La Lega unita vince, divisa perde. Più rispetto per Matteo».

Chi contesta, e con che cosa

Il fronte critico non è compatto. Il presidente lombardo Attilio Fontana ha detto che un passo indietro di Salvini «non è da escludere» e chiede di rivedere l’impostazione del partito. Zaia e Massimiliano Fedriga puntano su una modifica dello statuto che dia peso al Settentrione, con l’ipotesi di una «associazione larga e aperta» che c’è chi legge come l’anticamera di qualcos’altro. Il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo ha scelto la via editoriale: Fare la Lega, agenda per il rinnovamento, per Rubbettino, un manifesto della base delusa che rilancia l’obiettivo della Repubblica federale. I fedelissimi rispondono attaccando. Gian Marco Centinaio, vicepresidente del Senato, ricorda che «i contestatori di oggi sono gli stessi che non più di un anno fa si alzavano in piedi per l’ingresso di Vannacci nella Lega», e chiude con il proverbio: «I panni sporchi si lavano in casa».

Due date

Il calendario dirà più delle interviste. Il 5 e 6 settembre si tiene a Oppeano, nel Veronese, la venticinquesima festa della Lega — l’unica rimasta praticamente in tutto il Veneto. Sabato salgono sul palco Lorenzo Fontana e Alberto Stefani; domenica Matteo Salvini e il sindaco di Treviso Mario Conte. Nella locandina, che ha fatto discutere, non compare un solo esponente dell’opposizione interna. Poi c’è Pontida, il 20 settembre. Ma chi si aspetta lo strappo farà bene a ridimensionare: un congresso straordinario non lo si convoca dal pratone. Possono chiederlo il segretario o la maggioranza del consiglio federale. E il consiglio federale, oggi, è quasi tutto salviniano.

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