di Arrigo Abalti · Settembre 9, 2026
In Consiglio regionale l’assessore Gino Gerosa cita Agenas — 97,1% di rispetto dei tempi sugli esami diagnostici — e poco dopo racconta di aver provato a chiamare il Cup: «una cosa veramente indecorosa». La mozione di Avs sui tempi di attesa è stata respinta. Il progetto di legge sui presepi, dopo ore di discussione, è passato all’unanimità
«Io ho provato a chiamare il Cup. Chiamare il Cup è una cosa veramente indecorosa».
L’ha detto in aula l’assessore regionale alla sanità. Non un cittadino esasperato, non un consigliere d’opposizione: l’uomo che di quel sistema risponde. E l’ha detto per una ragione seria, spiegando che sta trattando perché sulla cronicità sia il medico a chiamare il paziente, invece del paziente a rincorrere il centralino.
Sa di cosa parla, e lo sappiamo tutti. Il numero salvato in rubrica da anni. La sveglia messa alle sette e cinquantacinque perché dicono che la mattina presto si passa. La musichetta. Il foglio dell’impegnativa tenuto in mano per tutto il tempo, con la data che intanto scade. Le figlie che chiamano dall’ufficio di nascosto, con il telefono appoggiato alla spalla, perché la mamma non ce la fa e perché a un certo punto il tempo di attesa più lungo diventa quello di chi assiste. Non è un disservizio: è un pomeriggio della vita di qualcuno, moltiplicato per centomila.
Pochi minuti prima, nella stessa seduta, lo stesso assessore aveva risposto all’opposizione citando Agenas: novantasette virgola uno per cento di rispetto dei tempi sugli esami diagnostici, novantuno e cinque sulle visite. Cifre da primo della classe, dette con l’ironia di chi si scusa di andare troppo bene.
E qui viene la cosa curiosa: nessuna delle due frasi è falsa. Il novantasette per cento è la fotografia di quelli che dentro ci sono entrati. L’indecoroso è quello che succede prima, sul marciapiede, mentre aspetti che ti aprano. Il sistema fotografa se stesso solo a porta aperta.
Il paradosso è tutto qui. La sanità veneta funziona al novantasette per cento e la sua porta d’ingresso è indecorosa, e a dirlo è quello che ha le chiavi.
La mozione dell’opposizione chiedeva di guardare anche la porta: monitoraggio completo e trasparente dei tempi, e un piano di recupero con risorse vere. È stata respinta. Poi l’aula ha discusso per ore un progetto di legge sulla valorizzazione dei presepi, e quello è passato all’unanimità.
Va detto subito, perché è la parte scomoda per tutti: all’unanimità vuol dire che hanno alzato la mano anche quelli che poi si sono lamentati delle priorità. Nessuno ha voluto essere il consigliere che vota contro il presepe. E si capisce benissimo — è una cosa bella, di quelle che uno associa a suo padre che tirava fuori le scatole dal solaio. Solo che una giornata d’aula è come una giornata qualsiasi: le ore che dai a una cosa non le dai a un’altra.
Il presepe, del resto, non è nato come soprammobile. Lo mise in piedi Francesco a Greccio nel 1223, con animali veri e gente vera del posto, perché la gente non riusciva più a immaginarsela, quella scena, e allora gliela mise davanti agli occhi. Serviva a far vedere. Ottocento anni dopo, in un consiglio regionale, ha fatto vedere un’altra cosa: quanto si sta volentieri insieme, quando l’argomento non costa niente a nessuno.
E mentre in aula si parlava di muschio e di statuine, dall’altra parte del filo continuava a girare la voce registrata che dice che la sua chiamata è importante per noi. È la frase più ripetuta e meno creduta della lingua italiana, e questa settimana ha trovato finalmente la sua traduzione ufficiale, pronunciata dal banco della giunta: indecorosa.
Perché una sala d’aspetto, se la guardi dalla porta, somiglia parecchio a un presepe. Le stesse figure disposte con cura, ferme, sedute in fila ad aspettare che succeda la cosa per cui sono lì. Con una differenza che vale una legislatura intera: le statuine possono restare così fino a gennaio, e a nessuno viene male. Le persone no.



