di Arrigo Abalti · Maggio 14, 2025
Vicenza scopre la paura quotidiana mentre la politica si rifugia nei proclami. Aumentano scippi, violenze e richieste di vigilanza privata, ma il sistema delle risposte istituzionali si muove a rilento, tra confusione e immobilismo.
C’è un sentimento che attraversa in silenzio le nostre città, più potente di qualsiasi proclama, più costante di ogni ordinanza: è la paura. Una paura che non grida, ma sussurra. Che non fa notizia, ma condiziona la vita quotidiana. Che non occupa i talk show, ma svuota le strade.
Il Rapporto CENSIS–Univ “La sicurezza fuori casa”, presentato a Roma la scorsa settimana, non lascia scampo a interpretazioni consolatorie: il 94,2% degli italiani vuole sentirsi sicuro quando è fuori casa, ma quasi quattro su dieci hanno rinunciato a uscire almeno una volta per paura. Il dato raddoppia tra i giovani. È la normalità che cede sotto il peso dell’insicurezza.
E Vicenza? Non è Milano, non è Roma. Ma non per questo è al riparo. Negli ultimi mesi le cronache locali si sono riempite di episodi che una volta avremmo definito “da grande città”: aggressioni, furti, spaccio, baby gang, maranza, risse nei parchi.
Scene che sembravano lontane, e che oggi ci scorrono sotto casa. Il centro storico è diventato un territorio da evitare, soprattutto di sera. Quartieri come San Felice, la stazione o il Quadrilatero vengono citati con la stessa disinvoltura con cui si parlava, anni fa, di certe periferie romane.
E mentre i cittadini stringono le chiavi in mano quando camminano da soli, la politica si incarta in un ping pong sterile tra proclami e scaricabarile. I sindaci chiedono più forze dell’ordine. I prefetti promettono controlli straordinari. I consiglieri regionali invocano zone rosse. Altri nello stesso partito chiedono i daspo come se fossimo ad un’asta in cui si alza il tiro a casaccio. E il governo, quando si ricorda della questione, elenca decreti e fondi che nella vita reale non arrivano mai.
Il risultato è una mappa dell’insicurezza a geometria variabile, dove le risposte dipendono più dalla pressione mediatica che dalla reale gravità dei fatti. La “sicurezza percepita” viene usata come paravento da certa politica per non guardare in faccia quella reale. Peccato che la gente la differenza la senta sulla pelle.
C’è poi un paradosso tutto italiano: i reati non sono esplosi, ma aumentano quelli più visibili e più violenti, come gli scippi o le rapine in strada. Non basta più dire che “i numeri sono inferiori a dieci anni fa”. Lo sa bene chi si è visto sfilare la borsa, chi ha assistito a una rissa in centro, chi ha paura di rientrare a casa la sera.
E quando il cittadino guarda alle istituzioni, trova un vuoto. Secondo il CENSIS, oltre il 65% degli italiani non crede che lo Stato da solo possa garantire sicurezza. Un giudizio durissimo. Tant’è che cresce il ricorso alla sicurezza privata, percepita come più efficace, più presente, persino più affidabile. Come dire: se la politica si arrende, ci penseranno le guardie giurate.
In questo vuoto si fa largo una frase – tratta da Andor, non da un manuale di geopolitica ma da una serie Disney, che forse racconta più della realtà di molti editoriali – che suona come una condanna:
“Opporsi all’Impero significa scegliere un lato. Non fare nulla è già una scelta.”
Ecco, la politica locale – quella nazionale, quella regionale, quella locale – ha già fatto la sua scelta: ha scelto di non scegliere. Di lasciare che le cose vadano avanti da sole, di reagire invece di agire, di inseguire i fatti con il fiato corto.
A Vicenza il dibattito si incaglia sulle parole: “degrado”, “percezione”, “emergenza”. Ma manca il coraggio di una visione, di una strategia. La sicurezza è diventata una questione di comunicazione, non di azione. Si fanno incontri, tavoli, conferenze stampa, si distribuiscono promesse. Ma chi deve prendere un treno alle 23 sa che nulla cambierà davvero.
Servirebbe un patto istituzionale serio: Comune, Regione, Governo, Prefettura, Questura. Un’unità di crisi permanente che prenda in mano le zone calde, analizzi dati, dia risposte rapide e coordinate. Non bastano più i blitz sporadici. Serve un presidio costante, visibile, credibile.
La sicurezza non è di destra né di sinistra. È un diritto. E il fatto che oggi, nel 2025, in una città come Vicenza, una madre debba controllare tre volte l’orologio prima di lasciare uscire il figlio, è la prova che la politica sta fallendo. In silenzio. Ma sta fallendo.
E questo, prima o poi, qualcuno dovrà dirlo. Anche a voce alta.



